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IMAG1268Partenza da: Campo Imperatore (2.100 m.)
Arrivo a: Fonte Cerreto (1.100 m.)
Dislivello: In salita circa 1.000 metri, in discesa 1.800 metri
Tempo di salita: circa 2 ore
Tempo di discesa: circa 2 ore (dipende dall’itinerario scelto)
Difficoltà: OSA

Classica gita da stagione inoltrata, quando il sole ha assestato bene la neve. In stagioni calde si può iniziare a percorrerlo già a marzo, e spesso rimane in condizione fino a tutto il mese di maggio. L’ultima volta sono sceso nel Canale del Tempio proprio il 1° maggio.
Da Fonte Cerreto si sale in funivia a Campo Imperatore da dove sci ai piedi ci si dirige verso la Sella di Monte Aquila. Solitamente per comodità preferisco scendere il primo tratto della pista che segue la strada estiva fino ad arrivare un tornante a destra dal quale si mettono le pelli sugli sci e ci si dirige verso l’evidente anfiteatro a sud del Monte Aquila. Si transita sotto all’evidente falesia e con un pendio più ripido si guadagna la sella.
Suggestivo l’affaccio su Campo Pericoli, il Corno Grande e sulla sinistra le vicine vette di Pizzo Intermesoli e Pizzo Cefalone.
A questo punto si punta decisi verso il Sassone al quale si arriva su pendio via via sempre più ripido. Poco oltre, guadagnata la cresta, nei pressi della biforcazione che va al bivacco Bafile, si mettono gli sci sullo zaino e si calzano solitamente i ramponi. Con la picca in mano si risale l’evidente canale della Direttissima che in breve ci conduce alla vetta più elevata del Corno Grande.
Non resta che goderci il panorama e prepararci alla discesa che si affronta inizialmente nel canalone Bissolati. Dopo qualche curva, appena la neve lo consente si taglia decisi a sinistra a superare un costone che conduce nel contiguo canale del Tempio. Il canale offre alcune strettoie a 40-45° ma con neve primaverile la sciata non è mai estrema.
IMAG1266Una volta usciti dal canale ci si trova in mezzo a Campo Pericoli e non rimane da scegliere la via di discesa a valle. Si può proseguire in discesa fin sotto al pendio che con una breve ripellata risale alla Portella e poi riscendere l’omonimo vallone, oppure tornare sui propri passi, risalire alla vetta di Monte Aquila e scendere il ben pendio del versante meridionale da dove ripellando si risale in breve tempo a Campo Imperatore. Da qui non rimane che scendere uno dei tanti valloni che conducono a Fonte Cerreto.

 

Stefi

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Avvicinamento
La falesia di Capo d’Uomo è raggiungibile da Porto Santo Stefano seguendo le indicazioni per la strada Panoramica. Superati alcuni rimessaggi la strada sale decisamente con alcuni tornanti, la si segue sempre in salita fino ad arrivare ad una sella in corrispondenza della quale c’è uno spiazzo sulla sinistra, ottimo punto per posteggiare.
Dall’altro lato dello spiazzo una strada sterrata scende verso il mare, ci si tiene sulla destra fino a quando la sterrata prende a salire e in corrispondenza di una netta curva a destra si prende un sentiero segnato con ometti di pietra che in breve conduce alla falesia sovrastata dai ruderi di una torre con splendida vista sull’Isola del Giglio.
Poco prima di arrivare alla torre, un sentiero scende a sinistra al sottostante settore dei monotiri (per le relazioni vai qui) dal quale si prosegue seguendo una traccia segnata con ometti in pietra fino a gadagnare una pietraia dissestata che si traversa per arrivare all’attacco di varie vie a più tiri. Lo Spigolo Bonatti è la via più in basso di tutte, poco prima in corrispondenza di un albero addossato alla parete parte l’attacco di Argento Argentario e della sua variante alta Maria … Mare, tutte vie aperte da Eraldo Meraldi, il primo a valorizzare questa falesia con delle vie lunghe.
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Relazione
La parte iniziale della via è affrontabile in due maniere:
1) sfruttando i primi 3 tiri di altre due vie (probabilmente il modo più divertente).
Si sale il primo tiro di Argento Argentario (30 metri, 5b).
Dalla sosta, invece di proseguire dritti si traversa decisamente a destra per 7-8 metri fino ad un evidente spit dal quale si sale seguendone altri che vanno verso destra fino a raggiungere una sosta con due anelli di calata posizionata su una grande placca appoggiata (40 metri, IV°).
Un ulteriore tiro su placca appoggiata verso destra conduce sotto alla verticale di un evidente diedro ad una sosta con due spit (20 metri (IV°).

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2) La via è percorribile anche in maniera completamente indipendente. Si costeggia tutta la parte alta della falesia, dove si trovano i monotiri, e mantenendosi a ridosso della parete si scende fino ad arrivare sotto alla verticale del pilastro dove corre la via. Qui con un tiro di IV° di una trentina metri, protetto con qualche spit, si arriva direttamente alla sosta con due spit sotto al diedro che costeggia a sinistra il pilastro.

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Dalla sosta si sale e al terzo spit da dove si tralascia la via del diedro che va a sinistra per salire verso destra seguendo gli spit e con arrampicata tecnica di piedi si arriva ad una sosta appesa formata da due spit (40 metri circa, 6a+ continuo).

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Anche il successivo tiro, mantiene più o meno le stesse caratteristiche, di arrampicata tecnica continua fino alla bellissima placca appoggiata e al muretto di uscita in cima al quale si trova una sosta con tre spit (25 metri, 6a).

Per una ripetizione occorrono 12 rinvii, due mezze corde da 60 metri, moschettoni a ghiera e cordini per le soste.

Chiodata fra l’inverno 2013 e la primavera 2014, prima ascensione in libera 24 maggio 2014, Marco Bummi e Alberto Graia.

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Pretara lato B

Le vie nuove a Pretara esistono in realtà già da più di un anno ormai, ma a parte qualche indicazione sul DB di climbook in giro non si trovano molte indicazioni in proposito. Anche l’ottima guida Abruzzo Verticale è uscita prima di poterle includere.

Questo settore oltre ad essere mediamente più facile, è più di tecnico e meno violento dello storico lato opposto della falesia, è esposto a nord e va in ombra nel pomeriggio. Non mancano due belle placche dove “ragionare bene con i piedi” e d’estate è già molto apprezzato dagli arrampicatori locali.

Nome
via
Difficoltà Lunghezza
in metri
Protezioni
Barriera Corallina 5b+ 8 3
Ammonite 6a+ 10 4
Cerasella 6a 10 4
Pecten 5b+ 12 4
Giurassico 5a 12 4
Boletus 5a 12 4
Gasteropode 5b 12 4
Verso Est 5c 14 4

Il settore è stato creato grazie all’infaticabile Lino Di Marcello che ha ripulito le pareti dallo spesso strato di edera e altre piante che le ricoprivano, bonificato i grossi massi instabili e sistemato la parte sottostante rendendola più fruibile con scalette, panchine e tavolini in pietra e uno splendido selciato sistemato alla base delle vie. La chiodatura è invece opera di Paolo De Laurentiis, Guida Alpina e esperto chiodatore. Ai due si è aggiunto l’aiuto dell’inossidabile Nino Carlini.
A Lino, Paolo e Nino, un grande grazie da tutti noi.

Traversata del Corno Piccolo

Sabato mi sono concesso una bella giornata a zonzo in solitudine sul Corno Piccolo. Alpinisticamente la più interessante delle cime del massiccio del Gran Sasso, zeppa di vie di arrampicata che ne risalgono i fianchi da ogni versante. La mia idea era di fare un po’ di dislivello su terreno non troppo banale. La risalita per il Canale di Mezzo e la discesa per la normale mi sembrano perfettamente adatti allo scopo.

Salendo lungo il crinale dell’Arapietra

Parto dalla Piana del Laghetto, laddove termina la strada che sale dai Prati di Tivo. La giornata è quanto mai calda e un venticello umido mi accompegnerà per tutta la giornata. Sono lento, la forma è effettivamente ancora scarsa, una coppia di amici con i loro pesanti zaini carichi di materiale alpinistico mi distanzia mentre chiacchierando risaliamo i prati che dal sentiero Ventricini risalgono verso le belle placche della parete Nord del Corno Piccolo. C’è il pienone, praticamente tutte le vie medio-facili della zona sono occupate da almeno una cordata.

Pur prudendomi le mani e avendo una gran voglia di arrampicare, sono lieto di essere solo e di poter scegliere di andare laddove non c’è nessuno. Saluto gli amici e me ne vado verso destra, nel canale di mezzo non c’è un’anima viva per ora.

Nel canale di mezzo

Dopo un primo tratto nel fondo del canale, viscido e ombroso scelgo di proseguire lungo le placche alla sua sinistra. L’arrampicata, pur essendo in qualche tratto un po’ esposta, è facile e la roccia è di una bellezza semplicemente incomparabile.

Cordata di amici

Mi volto spesso ad ammirare questa zona di placche levigate dalla neve e dall’acqua. Senza quasi accorgermene mi ritrovo di fianco ad una cordata che procede su una delle vie della zona. Uno di loro è un caro amico che non vedevo da tempo, scambiamo quattro chiacchiere per aggiornare le rispettive vite, ci salutiamo con affetto e proseguo sulle placche che lentamente tendono ad appoggiarsi.

Il Corno Piccolo è un mare di placche

Un ultimo risalto e sono sulla grande comba ghiaiosa sottostante alla vetta del Corno Piccolo. Subito dietro ad un risalto un camoscio fugge via spaventato. In realtà mi spavento un po’ anche io, oltre alle lontane cordate che escono sulla cime della Prima Spalla non si vede anima viva.

Cordate in vetta alla Prima Spalla

Nonostante la quota la giornata continua ad essere decisamente afosa, sudo copiosamente mentre il mio amico camoscio mi osserva incuriosito mentre lentamente arranco verso la vetta.

L’immancabile incontro con un camoscio la mattina presto

Sulla vetta c’è un po’ di gente. La famosa croce fatta con di tubi di ferro intrecciati è ripiegata su se stessa ed il suo basamento di roccia si è praticamente disintegrato. Speriamo che a nessuno venga in mente di erigerne un’altra in  sostituzione magari aggiungendoci un po’ di cemento…

Laggiù i Prati di Tivo

Comba del Calderone e vetta del Corno Grande

Qualche foto dalla vetta e poi giù lungo la normale per evitare la folla che inevitabilmente si accumula sulla Danesi in queste giornate. Adesso procedo in pieno sole e c’è pure poca aria. La risalita alla Sella dei due Corni è faticosa, ma una volta in cima la vista delle Fiamme di Pietra ripaga ogni sforzo.

Le Fiamme di Pietra

Mi fermo un po’ sulla sella, mi godo l’arietta che soffia sempre in questa zona. Una scappata al Franchetti a salutare l’amico Luca e poi giù sul sentiero verso la Madonnina.

La magnifica ed estetica Parete Est del Corno Piccolo

Scendendo non posso fare a meno di osservare la parete Est del Corno Piccolo. L’ombra che la avvolge mette in risalto tutte le sue sfaccettature, si riconoscono le tante vie di arrampicata che la intersecano. Più la guardo e più mi viene voglia di mettermi seduto a contemplarla.

Il Corno Piccolo

Il sentiero è stato risistemato, qualche tratto un po’ franoso è stato consolidato. Nei pressi del Passo delle Scalette, mi comporto come sempre, accelero decisamente il passo per togliermi dal potenziale tiro delle pietre soprastanti. Tanti si fermano qui a godersi l’aria fresca e l’ombra, non lo capisco, io l’ho sempre considerato un punto potenzialmente molto pericoloso. Evidentemente il concetto di pericolo è davvero soggettivo.

L’albergo diruto sulla cresta dell’Arapietra

Accanto al rudere dell’Arapietra incontro un amico di Colledara che è salito da Forca di Valle, scambiamo quattro chiacchiere mentre scendo e in men che non si dica sono di nuovo alla macchina.

Corno Grande – Spigolo SSE

Lungo la via

Itinerario abbastanza facile ma mai banale, si sviluppa a cavallo fra la levigata parete Est e i tormentati canali a Sud della vetta più alta del massiccio del Gran Sasso. Ottimo banco di prova per chi ha voglia di cominciare a cimentarsi con salite di ampio respiro in montagna. Ne consegue che è una delle vie più ripetute nel massiccio. D’inverno si trasforma in una interessante ascensione di misto.

Avvicinamento

Dal piazzale di Campo Imperatore si percorre il sentiero estivo che conduce alla Sella di Monte Aquila da dove si prosegue in direzione del Corno Grande fin sotto all’attacco della direttissima. Giunti poco oltre il Sassone si arriva ad un bivio, si va a destra percorrendo il tratto iniziale del sentiero che conduce al bivacco Bafile. Si attraversano due canali in successione fino ad arrivare sotto all’evidente spigolo SSE, poco prima di un tratto attrezzato con scaletta metallica.

 

Spigolo SSE e tracciato della via

Relazione di via

Si risale per qualche decina di metri il canale appena a sinistra dello spigolo, fra placchette appoggiate e pietrisco fino ad arrivare ad imboccare un’evidentissima rampa che sale obliqua da sinistra a destra fin sul filo dello spigolo dove c’è un comodo terrazzino attrezzato con uno spit.

Dal terrazzino si percorre una fessura di III+ che conduce ad una prima comoda sosta con spit e cordoni. Il secondo tiro di II° conduce ad un terrazzino dal quale si scende obliquando verso sinistra su una cengetta pietrosa (terzo tiro) fino ad entrare in un grande diedro solcato da una grossa fessura al centro (sosta con spit). Lo si risale con un bel tiro di IV° (quarto tiro) fino ad uscire su una cengetta più esile (sosta su spit sulla destra). Si abbandona il diedro fessurato per salire su placchete appoggiate (tratti di IV°) fino ad una sosta su chiodi situata sopra alla caratteristica protuberanza del “Naso” (quinto  tiro). Da qui si continua per un tiro facile (II° e III°) fino ad una sosta con spit e cordoni di calata sul filo dello spigolo (sesto tiro). Dalla sosta si prende subito un evidente fessura (passi di V°-) nella quale si trovano infissi diversi chiodi (il primo chiodo ad anello che si incontra risulta inutilizzabile in quanto l’anello è ripiegato nella fessura), dopo questo che è il tratto “chiave” la via si appoggia decisamente e con altri due tiri si esce sull’anticima del Corno Grande incontrando sulla destra gli spit dell’ultima sosta di un itinerario della parete Est.

Non rimane che percorrere le poche decine di metri che vi separano dalla croce di vetta e scendere a valle scegliendo fra la Direttissima (opzione più veloce), la cresta Ovest (opzione più panoramica) oppure la normale.

Nove anni dopo

L’anno scorso, più o meno di questi tempi, decisi di rimettere le mani sulla roccia dopo cinque anni di totale fermo arrampichereccio.

Una pausa così lunga mi poneva nelle condizioni di un neonato che deve imparare a mettersi in piedi. Le prime uscite nella falesietta vicino casa al Sasso di Pretara mi lasciavano esterrefatto per la totale mancanza di forza nelle braccia. Gli strapiombetti sia pur appigliatissimi del Sasso erano talmente oltre le mie possibilità da ridurmi ad uno straccio dopo appena due o tre passaggi. Bastava una mezzoretta di allenamento per rimandarmi a casa con gli avambracci irrimediabilmente acciaiati. Ma la passione, quella lentamente tornava e con essa anche la voglia di farmi diversi chilometri per andare ad arrampicare durante il fine settimana.

In autunno ho arrampicato spesso con un amico pontino nelle falesie che lui stasso ha attrezzato con grande altruismo e passione attorno a Norma e Bassiano. Roccia superba quella pontina, piena di placche di calcare compattissimo che ti obbliga a far fronte alla tecnica più che alla forza. Piano piano sono tornato ad arrampicare da primo fino al 6a che era e rimane il massimo delle mie capacità.

A questo punto saliva anche l’ambizione, la voglia di mettere alla prova anche la psiche su una via lunga e d’ambiente in montagna. Premetto che io provengo dalla montagna, sono sempre stato innanzitutto un escursionista-montanaro, uno che ha sempre concepito l’arrampicata, le uscite in piccozza e ramponi e lo scialpinismo mai come attività fini a se stesse ma come mezzi di progressione per andare “lassù”. Sul concetto di “lassù” potremmo aprire un capitolo a parte, disquisire se la montagna è una vetta, un pendio, o una parete di roccia alta pochi metri è un tema complesso e ricco di sfaccettature, sta di fatto che ognuno di noi pseudo-alpinisti ci vede qualcosa di diverso e molto molto personale.

Al di là di tutto per me la montagna è anche un luogo dove mettermi alla prova e vincere le mie paure. Ergo, dopo quasi un anno di sessioni più o meno discontinue di arrampicata in falesia ho sentito che era arrivato il momento di rimettermi alla prova in una via di montagna. Erano nove anni che non lo facevo, ma per farlo sul serio non potevo andare con qualcuno che fosse più forte e in gamba di me, psicologicamente sarei stato troppo scarico sapendo che bastava seguire la corda di chi mi precedeva. Volevo essere io il capocordata, sentire su di me il peso dell’ascensione e delle scelte da compiere. Daniele in questo è stato il mio compagno ideale, un amico che ha iniziato ad arrampicare meno di un anno fa insieme a me, talmente conquistato dall’arrampicata che in men che non si dica me lo sono ritrovato iscritto ad un corso di roccia. Per lui questa è la prima via in montagna.

La scelta del sottoscritto ricade sullo spigolo SSE del Corno Grande. Un itinerario abbastanza facile ma non banale e soprattutto immerso in un abiente maestoso e selvaggio. La via salita è stata entusiasmante e sebbene si inframezzino lunghi tratti facili di II° e III° grado a tratti di IV° (con un passaggio di V°) la cosa più bella è cercare di seguire l’intuito degli apritori in un dedalo di fessure, terrazzini e torrioni.

La salita è stata entusiasmante, man mano che salivamo verso la vetta più alta degli appennini inerpicandoci a cavallo di immense placche che precipitavano a destra e sinistra ci sentivamo sempre più in sintonia con noi stessi e con la montagna che ci accoglieva. L’arrivo in vetta nel primo pomeriggio, con la montagna tutta per noi, immersi in una solitudine quasi irreale rotta solo dallo stridere dei gracchi, rimarrà a lungo fra i miei ricordi più cari. Grazie Daniele per averla condivisa assieme.

Pietra Rotonda

L'inizio del sentiero partendo dal versante di Farindola

Pur non ricandendo propriamente all’interno della Valle Siciliana, questa falesia è molto frequentata dai praticanti della zona. Mèta tipicamente estiva, si trova a mille metri di quota nel fresco di una faggeta sulle pendici del Monte Coppe nei pressi di Rigopiano.

Accesso
Pietra Rotonda è raggiungibile in due modi:
1) Per chi proviene dalla Valle Siciliana conviene seguire la strada che da Castelli prosegue verso Rigopiano, poco dopo il bivio per Arsita e prima di un’evidente strettoia dovuta ad una frana si incontra sulla sinistra una sterrata che si inoltra nel bosco. Parcheggiata l’auto ci si incammina seguendo a lungo la sterrata immersi nella frescura della faggeta, giunti poco oltre il Colle dei Cavatori si seguono dei radi segni nel bosco che scendono fra gli alberi fino ad arrivare all’evidente Pietra Rotonda. Questa opzione richiede poco meno di un’ora di cammino per arrivare alla falesia.
2) Per chi proviene dall’Aquila conviene seguire la strada per Castel del Monte e Vado di Sole. Giunti al bivio per Rigopiano si prosegue in discesa verso Farindola per un paio di chilometri fino ad incontrare nei pressi di una curva a destra una sterrata che si inoltra verso sinistra. Dopo qualche chilometro la sterrata diviene asfaltata, invece di proseguire in discesa sull’asfalto si svolta a sinistra percorrendo in salita un’altra sterrata che conduce nei pressi di un agriturismo. Poco prima di giungere a quest’ultimo si svolta a sinistra su una carrareccia in salita e si parcheggia.
Ci si incammina inoltrandosi verso destra oltrepassando una recinzione in filo spinato, si attraversa una prima radura e si prosegue sull’evidente sentiero fino ad entrare nella faggeta. A questo punto si comincia a salire in obliquo fra gli alberi seguendo degli evidenti triangoli gialli fino ad arrivare sotto alla falesia. Questa opzione richiede 20 minuti di cammino circa.

Caratteristiche
La roccia è quella classica del Gran Sasso, con predilezione di placche tecniche sulle quali spalmare le scarpette alla ricerca della massima aderenza. Non mancano singoli tratti un pochino più strapiombanti sormontati da buchi. La chiodatura realizzata da Carlo Assogna è ottima e la lunghezza media delle vie quasi sempre ben oltre i 20 metri.
La quota e l’ombra costante degli alberi nella parte bassa delle vie ne fanno una meta ideale nelle giornate estive ed in quelle più calde in primavera ed autunno.

N.B. A sinistra di “Arsita” ci sono altre due vie di IV° grado senza nome lunghe 28 metri circa. L’11 luglio 2010 la più sinistra delle due presentava poco prima del penultimo spit un enorme masso in bilico, conviene attendere che venga giù prima di ripetere la via.


Elenco non esaustivo delle vie.

Nome
via
Difficoltà Lunghezza
in metri
Protezioni
Arsita IV 28 12
Paola 5a 25 10
Castestelli 5b 28 10
Devuska 5b 28 11
Fusy
Bayon
5c 28 11
Placcatevi 5c 28 10
Incognita 6a+ 30 11
Api
cattive
5c 28 10
Shamagna 6c 26 9
Hatria 6b 23 8
Frutti
di bosco
6a 22 8
Ticinesi 6a 22 8
Taxi 6a 21 8
Fufi 6b+ 20 8
Duca 6a 20 8
Metamorfosi 6c 20 9
Passo
di danza
6b 20 8
Pinzare 6b 19 9
Diedro 5c 19 8

Spirito giusto

© sovraintendenzaroma.it

Non so se è merito dell’ultimo post o del fatto che le temperature sono decisamente scese negli ultimi giorni rendendo gli allenamenti molto più gradevoli, ma sta di fatto che le ultime sedute sono venute decisamente meglio. Mi sono allacciato le scarpe con uno spirito più rilassato, meno focalizzato su tempi e tabelle, e così fare il compito previsto è venuto molto più naturale.

Oggi, per esempio, in condizioni quasi ideali ho corso attorno alle mura aureliane per una mezz’oretta a poco più di 5′ al km per poi lanciarmi in 2 duemila ad una media di 4’45” al km. Tempi leggermente sopra l’obiettivo ma alla fine ero contento come se avessi fatto un personale. La soddisfazione viene soprattutto per la qualità complessiva di un allenamento fatto con perfetta regolarità dall’inizio alla fine e senza arrivare in fondo trascinando le gambe come era avvenuto pochi giorni fa.

Intanto gli impegni si accavallano e ho saputo che nella prima metà di dicembre probabilmente dovrò sostenere gli esami di ingresso per entrare ufficialmente a far parte del soccorso alpino. A questo punto probabilmente dovrò rinunciare a correre una maratona in quel periodo. Vedremo, io comunque mi alleno.

Si fa quel che si può

© rilàxàti.it

Il mio amico e coach Marco Bucci lo ha detto commentando un post qualche tempo fa, riferendosi al caldo ha detto …si cerca di far quel che si puo’, in attesa di tempi migliori… Oggi sotto un caldo umido degno di Giakarta mi sono ricordato delle sue parole. Il programma prevedeva 5×2.000, la settimana scorsa provai a farne 3 ma dopo il secondo stavo talmente al gancio da non riuscire a far quasi più nulla, così oggi ho cercato di fare qualcosa di diverso (Marco perdonami ma è stato istinto di sopravvivenza): 5 X 500 seguiti da un tremila variato (1′ forte + 1′ a ritmo non proprio lento ma diciamo di recupero). Al di là delle apparenze è stato un allenamento tosto, diciamo che ho fatto davvero quello che potevo.

Per noi podisti fare quel che si può in questo periodo significa comunque impegnarsi e dedicare tempo ed energie ad allenarci, non è certo un periodo di riposo questo estivo. Si diminuiscono un po’ i ritmi abituali e a volte anche il numero delle ripetute, non certo l’intensità degli allenamenti e nemmeno la loro tipologia. Lo dico perchè per molti altri fare quel che si può potrebbe sembrare un sinonimo di scarso impegno, atteggiamento mentale scarico, deresponsabilizzazione verso il proprio ruolo. Esempi?

Che sò, essere un parlamentare dell’opposizione e non andare a votare quando in Parlamento si discutono leggi che incidono sulla libertà di espressione della collettività. Questa m’è uscita così, era giusto per fare un esempio…

Lou Reed

Oggi mentre ero impegnato in una abbondante decina di 400 sotto agli alberi del controviale del biscotto di Caracalla mi sono passati accanto due podisti con le cuffiette. Li ho osservati un attimo e poi ho pensato che non potrei mai correre così, non che non mi piace la musica, anzi è sempre stata un elemento ben presente nella mia vita, ma quando corro ho bisogno di ascoltare me stesso senza interferenze, così come quando ascolto musica mi piace concentrarmi solo su quella.

Ho cominciato ad avere una coscienza musicale attorno ai 15-16 anni. Un caro amico al mio paesello in Abruzzo aveva uno scantinato pieno di dischi, una decina di metri quadri  zeppi di vinile di ogni ben di Dio di musica. Quasi esclusivamente roba Rock, ma la discografia del genere era pressochè completa.

Fu una folgorazione. Passavamo pomeriggi e nottate intere ad ascoltare Frank Zappa, i Doors, Pink Floyd e David Bowie. Non mancavano le divagazioni metallifere AC/DC, Iron Maiden, Ted Nugent, i primi approcci verso il Punk Rock inglese coi Clash, e così via. Sicuramente ometto di citare qualche artista o gruppo, ma sentivamo davvero tutti e di tutto, erano esperienze davvero incredibili, entravamo mettevamo su il primo disco e cominciava un autentico viaggio sonoro con una scaletta in continua e mutante evoluzione. Probabilmente dopo la montagna, è stato il momento formativo più forte della mia giovinezza e sarò eternamente grato ad Enrico, il mio amico con la cantina magica, per questo.

L’artista cardine? Beh per noi Lou Reed era davvero sopra ogni cosa. Parliamo di primi anni ’80 e chi scriveva canzoni come Heroin o Walk on the Wild Side era inevitabilmente un riferimento anche per movimenti e generazioni future. Un artista al quale si sono ispirati in tantissimi ma pochi hanno avuto la sensibilità e l’onestà intellettuale di ammetterlo fino in fondo.

L’album perfetto? Quello a cui non rinunceresti mai per nulla al mondo? A distanza di 36 anni (l’album è del 1974) per me rimane Rock N Roll Animal, un disco registrato completamente dal vivo. Rock n roll, con l’assolo di chitarra al quale si uniscono man mano anche gli altri strumenti in un crescendo irrefrenabile è la sua summa finale.