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Archive for the ‘Difficoltà EE’ Category

Itinerario decisamente lungo, sia per lo sviluppo che per il notevole dislivello, ma sicuramente ricco di suggestioni storiche e naturalistiche. Si cammina ricalcando la famosa ascensione di Orazio Delfico, primo salitore del versante teramano del Corno Grande. Il rifugio del Fontanino situato a metà strada fra Forca di Valle e la Madonnina del Gran Sasso è proprio a lui dedicato.

Luogo di partenza: Forca di Valle (800 m.)
Dislivello: 2100 m. circa
Tempo di salita: 6 ore
Tempo di discesa: 4 ore
Difficoltà: EE

Un tempo non troppo lontano su questo itinerario la prima domenica di agosto si rischiava di trovare la folla. La festa della Madonna della Neve richiamava numerosi abitanti della Valle Siciliana che partivano a piedi dai paesi del fondo valle per recarsi alla Madonnina del Gran Sasso.
Era un vero e proprio rito collettivo in grado di portare in quota inter ipaesi. Di solito si partiva a mezzanotte dalla piazza principale e fra canti propiziatori ci si incamminava nell’oscurità. I primi raggi del sole che si alza dalle acque del Mare Adriatico coglieva normalmente i pellegrini poco sotto all’Arapietra. Ho avuto la fortuna di assistere varie volte all’alba da questo posto e posso affermare che è uno degli spettacoli più belli che una giornata in montagna è in grado di offrire. L’atmosfera magica dei pochi istanti in cui il paretone si tinge di rosa è qualcosa che si porta dentro per molto tempo.
La salita
Posteggiata l’auto nei pressi della chiesa di Forca di Valle si comincia a salire ripidamente fra le case seguendo una stradina in cemento. Arrivati alla fine del centro abitato si va a sinistra e si prosegue su una mulattiera pietrosa. Giunti ad un primo bivio si va a destra (i cartelli del Parco aiutano comunque a non smarrirsi) e si continua guadagnando una zona più aperta e caratterizzata da ampi pendii erbosi ancora oggi utilizzati come foraggio per il bestiame. In breve si raggiunge il grande masso sotto al quale scorre l’acqua del Peschio della Fonte, visibile più che altro in primavera quando la sua portata è più copiosa. Un ultimo tratto più ripido della mulattiera conduce ad un’ampia sella erbosa dalla quale si gode una vista magnifica sui due corni, il paretone e i bei pendii della Cima Alta e del Montagnone.
Dalla sella si prosegue verso destra seguendo un sentiero abbastanza largo che sale e poi percorre a mezzacosta il versante orientale del Montagnone. Successivamente una traccia in mezzo ai prati porta al rifugio Orazio Delfico al Fontanino nei cui pressi d’estate pascola di solito una mandria di vacche. Dal rifugio il tracciato si fa più largo ed assume i connotati di una vera e propria strada sterrata, è ciò che rimane del tentativo di costruire una strada in grado di unire in maniera più diretta Pietracamela ed i Prati di Tivo con Forca di Valle e la vicin autostrada A24.
Giunti alla piana del Laghetto seguendo l’evidente tracciato di ciò che rimane della strada, non rimane che dirigersi lungo l’evidente sentiero panoramico che percorre la cresta dell’Arapietra. Si passa accanto al rudere del rifugio dell’Arapietra ed in breve si arriva alla Madonnina. La gita volendo potrebbe anche terminare anche qui, il dislivello e la lunghezza sono già decisamente più che sufficienti per archiviare una signora gita e la vista che si gode dalla Madonnina su tutta la Valle Siciliana e sul Mare Adriatico in lontananza rendono questo posto un ottima meta.
Ma a quelli che hanno fiato e gambe, nochè voglia di proseguire consiglio senz’altro di andare oltre e inoltrarsi nel Vallone delle Cornacchie. Il vallone è una sorta di fiume di pietra costituito da sassi di ogni genere e dimensione che contornano il sentiero. A parte un breve tratto protetto da un corrimano, non si incontrano particolari difficoltà tecniche fino al rifugio Franchetti gestito con grande cura e cortesia da oltre vent’anni dall’amico Luca Mazzoleni (ormai divenuto a giusto titolo un’autentica leggenda del massiccio del Gran Sasso). Il rifugio sorge su un bellissimo sperone di roccia e venne edificato nel 1959 dalla sezione di Roma del Club Alpino Italiano usando le pietre della zona. D’estate si può stare seduti sul tavolato della terrazza del rifugio a 2433 metri di quota e sorseggiando comodamente una birra si possono osservare le cordate impegnate sulle vicine pareti del Corno Piccolo. Chi invece non fosse ancora soddisfatto della fatica profusa per arrivare fin qui può proseguire fin sulla vetta orientale del Corno Grande. Le alternative a questo punto sono due: salire per il ghiacciaio del Calderone e la via normale, oppure percorrere la più impegnativa ferrata Ricci.

Quest’ultima parte direttamente alle spalle del rifugio. Si percorre una traccia di sentiero che taglia un pendio pietroso verso sinistra a mezzacosta fino a raggiungere la cresta Nord del Corno Grande. Il sentiero conduce ad una grande rampa obliqua che si risale interamente, essa termina in corrispondenza di un evidente canale roccioso attrezzato con alcune funi metalliche. Si risale tutto il canale con bellissimi scorci sul paretone e sul sottostante bosco di Casale San Nicola, il vuoto in questo tratto è notevole e occorre mettere le mani sulla roccia per superare alcuni agevoli passi di II grado finchè non si raggiunge l’ampio pianoro dell’anticima nord da dove ci si ricongiunge al tracciato della via normale che si segue fino in vetta. Il carattere alpinistico di questo itinerario ne fa un percorso destinato a persone esperte e che si muovono senza problemi anche su terreno molto esposto.
I meno esperti possono salire in cima seguendo la c.d. via normale. Dal Rifugio Franchetti ci si porta verso destra sul sentiero che taglia la base della morena del ghiacciaio del Calderone e giunge all’evidente Sella dei due Corni. Dalla sella si gode una prima magnifica vista sul Pizzo Intermesoli, sui pilastri di roccia che ne costituiscono la base e sulla sottostante Val Maone.
Il sentiero ora si fa un po’ più disagevole e sale ripidamente fra gli sfasciumi rocciosi della morena del ghiacciaio più meridionale d’Europa. Al termine di questo tratto più ripido si lascia sulla destra il sentiero che sale verso la vetta occidentale e ci si inoltra nella comba del ghiacciaio il cui fondo solitamente d’estate è coperto di pietre. Nella stagione più calda il ghiacciaio è normalmente ridotto ad una ripida lingua di neve che sale verso la vetta occidentale, l’innalzamento della temperatura media negli ultimi anni ha lasciato anche qui le sue vittime.
Si attraversa tutto il fronte della morena del ghiacciaio fino a giungere in corrispondenza di un evidente canale che sale verso la vetta orientale del Corno Grande, i segni sulle rocce ed alcune funi che attrezzano qualche passaggio più ostico non lasciano comunque dubbi sul tracciato da seguire. Questo tratto di salita è un po’ delicato a causa delle tantissime pietre instabili che caratterizzano la zona. Consiglio comunque grande prudenza e attenzione, ricordiamoci sempre che sotto di noi potrebbero esserci altre persone. L’uso del casco è un’eventualità che invito a non scartare.

Si esce sulla cresta sommitale in corrispondenza dell’arrivo del
la via Jannetta, la grande rampa che incide obliquamente tutto il paretone. La vista che si apre a chi si affaccia da questo punto lascia assolutamente senza fiato sia per l’emozione dovuta all’enorme vuoto che si apre improvvisamente ai nostri piedi che per la selvaggia bellezza di questi luoghi. L’immenso ed altissimo paretone è sotto i nostri piedi e non si può fare a meno di fermarsi un momento a contemplare tanta grandiosa vastità.
La vetta ora è a portata di mano, non resta che proseguire sul sentierino che sale a destra lungo la cresta e arrivare sul grande pietrone che ne caratterizza la sommità. La vista e l’assoluta verticalità delle altre cime rocciose che ci circondano ripagano ampiamente la grande fatica profusa per arivare fin qui.
In discesa si percorre la via normale fino al rifugio Franchetti da dove si prosegue ricalcando le tracce percorse in salita.

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Gli itinerari che dalla Valle Siciliana salgono sulle vette principali del massiccio del Gran Sasso sono tutti caratterizzati da buoni dislivelli. Non fa eccezione la proposta qui descritta che aggiunge allo sviluppo verticale anche un consistente sviluppo orizzontale.
Prestate attenzione ai ripidi prati sopra al Pian dell’Orto, in caso di pioggia recente possono essere molto scivolosi, questi pendii sono chiusi in basso dai salti rocciosi del fosso della Rava. Ne consegue che questo percorso è riservato a escursionisti esperti e ben allenati.

Partenza e arrivo: Colle Rustico (770 m.)
Dislivello: 1.800 m. circa
Tempo di salita: 4 ore e mezza
Tempo di discesa: 3 ore e mezza
Difficoltà: EE+
Mappa: Clicca qui

Avvicinamento
Da Castelli si prende la strada che sale verso Rigopiano e Campo Imperatore. Si superano gli abitati di San Rocco e San Salvatore subito dopo il quale, in prossimità di un tornante nel bosco, si scorge una carrareccia che si inoltra a destra verso il paretone del Camicia.
Poco prima del tornante uno spiazzo sulla sinistra della strada permette di parcheggiare comodamente la macchina.
La salita
Si comincia percorrendo la carrareccia che si inoltra nel bosco. Dopo una prima salitella la stradina si abbassa nella faggeta in una zona che ad agosto è spesso ricca di ciclamini. Una breve rampa conduce nei pressi del bivio con il sentiero risale il Fondo della Salsa ai piedi dell’impressionante parete Nord del Monte Camicia.
Si attraversa l’alveo del torrente Leomogna per seguire la traccia segnata che sale in mezzo al bosco. Giunti al Colle delle Nozze c’è un bivio con un cartello che indica la strada da seguire. Si va a sinistra sul sentiero che sale al Vado di Ferruccio. I segni sugli alberi sono ben visibili e si rimonta a lungo il ripido crestone del Pian dell’Orto fino a quando un tratto più ripido sotto ad un costone roccioso permette di uscire dal bosco.

Usciti dalla faggeta lo scorcio visivo è molto bello e regala una vista su uno degli angoli più selvaggi del massiccio. Sulla sinistra è ben visibile la maestosa parete del Camicia mentre sulla destra si notano le cascatelle dei fossi della Pila e della Rava che si incuneano fra le rocce ed i ripidi pendii erbosi della zona. Si continua a salire brevemente seguendo il filo della ripida cresta erbosa per poi piegare a destra attraversando a mezzacosta una serie di ripidi pendii di erba sui quali si scorgono di quando in quando rari segni di vernice sulle pietre. Questo tratto è il più delicato, l’assenza di traccia di sentiero e l’estrema ripidità del terreno erboso non vanno assolutamente sottovalutati. In caso di nebbia questa zona potrebbe essere risultare ancor più ostica e l’orientamento molto difficile.
Dopo un po’ si comincia a intuire una traccia appena accennata che taglia l’erba seguendo la quale si attraversano una serie di fossi che anche in estate inoltrata potrebbero conservare dei piccoli nevai. Il tratto più delicato termina nei pressi della confluenza col sentiero che giunge dalla Radura del Quadrato, dal versante opposto del Fosso della Rava. La traccia si fa adesso più evidente e risale ripidamente i pendii soprastanti, un ultimo risalto attrezzato con una catena permette di arrivare al Vado di Ferruccio dal quale si scorge il grande altipiano di Campo Imperatore.
Dal vado si va a destra seguendo il sentiero che corre sul filo di cresta, un tratto di salita più ripido conduce ad una larga zona pianeggiante sul versante settentrionale del Monte Prena. Qui si prende a sinistra una traccia segnata in mezzo alle ripide pietraie che salgono verso la vetta della montagna. Un ultimo tratto su placche di roccia inclinata permette di guadagnare la cresta sommitale a destra della quale c’è la croce di vetta.
Una sosta a questo punto è d’obbligo anche perché la vetta del Prena, piccola, stretta e circondata da pinnacoli rocciosi di varia forma e dimensione è un luogo davvero suggestivo.
La Cimetta e la discesa al Quadrato
Dalla vetta si riscende lungo la traccia di salita fino alla pianoro dal quale ci si dirige a sinistra aggirando lo spigolo che roccioso che scende dalla vetta della montagna. A questo punto si comincia a scendere su terreno aperto e privo di sentiero verso l’evidente vetta della Cimetta. Raggiunta la vetta della Cimetta si prosegue la discesa su terreno aperto e non obbligato avendo l’accortezza di mantenersi a destra del filo di cresta che scende dalla montagna. La vista lungo questo tratto è davvero mozzafiato con le colline sottostanti che degradano fino al Mare Adriatico. Il terreno fino alla radura del Quadrato è ripido ma non presenta pericoli particolari.
Giunti all’evidente radura occorre percorrerla tenendosi sul suo margine destro a filo del bosco fino individuare una traccia che entra nel bosco. Gli alberi in questa zona sono flagellati dalle numerose e consistenti valanghe della stagione invernale e l’ingresso nel bosco cambia di anno in anno. Comunque con un po’ di pazienza il punto di ingresso nella faggeta si riesce a individuare senza problemi.

I fossi della Pila e della Rava
Si scende ora all’ombra della faggeta fino ad incrociare il sentiero dei Quattro Vadi che arriva da sinistra. Si prosegue verso destra e anche al bivio successivo col sentiero che scende al Lago di Pagliata si mantiene la destra. Si percorre adesso un lungo tratto del sentiero dei Quattro Vadi verso Est. Dopo un ripido tratto in discesa fra gli alberi si attraversa il Fosso della Pila nei pressi di una cascatella. La portata d’acqua ovviamente varia di stagione in stagione ma anche nella secchissima estate 2007 era comunque cospicua e permette di rinfrescarsi piacevolmente.
Il sentiero prosegue nel bosco mantenendosi a lungo a mezzacosta con alcuni tratti che in estate possono essere ingombri di vegetazione. In particolare il tratto immediatamente successivo all’attraversamento del Fosso della Rava può risultare un po’ ostico perché non si riesce a intuire dove passare. Personalmente mi tengo sempre quasi a filo della cascata per risalire il ripido pendio accanto ad essa fra le felci. Poco dopo il sentiero riprende ad essere evidente e ben segnato e ci accompagna facilmente fino al bivio nei pressi del torrente Leomogna.
Da qui per rientrare a Colle Rustico non resta che seguire la strada fatta all’andata.

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Le cime rocciose che su molte carte e su diverse guide vengono indicate col toponimo di “Torri di Casanova” si chiamano in realtà “Cimette di Santa Colomba”. O meglio, così le chiamano a Isola del Gran Sasso, nel cui territorio comunale cadono questi arditi pinnacoli.
Appena sotto alle cimette in questione, sul versante teramano del massiccio corre un sentiero sospeso. In realtà non si tratta di un vero sentiero ma di una cengia, più adatta ad essere percorsa dai numerosi camosci che popolano la zona che non dagli escursionisti che grazie ad essa possono concatenare in un unico giro i selvaggi valloni di Fossaceca e Malepasso.
La bellezza dell’itinerario è quantomeno pari alla sua difficoltà. Terreno scosceso ed esposto, lunghi tratti privi di segni, notevole dislivello e ambiente selvaggio, sono ingredienti tali da rendere questo itinerario fra i più difficili della valle e dell’intero massiccio del Gran Sasso.

Partenza e arrivo: strada per l’acquedotto del Ruzzo (844 m.)
Dislivello: 1.550 m. circa
Tempo di salita: 4 ore
Tempo di discesa: 2 ore e mezza
Difficoltà: EE+
Mappa: clicca qui

Da Isola del Gran Sasso si seguono le indicazioni per Pretara da dove si prosegue dritti lasciando sulla destra la strada che sale a San Pietro. Si passa accanto alla grotta dove viveva alla fine del 1.800 l’ultimo eremita della valle e si sale verso la montagna su una strada asfaltata fra bosco e belle radure. Superata una prima deviazione a destra con indicazioni “Piane del Fiume” si perviene poco dopo ad un’altra deviazione. Qui si svolta a destra imboccando un’ulteriore strada sempre asfaltata che conduce alle prese dell’acquedotto del Ruzzo. Invece di percorrerla tutta, dopo qualche centinaio di metri si nota sulla sinistra un’evidente carrareccia che sale nel bosco. Un piccolo spiazzo permette di posteggiare l’auto senza intracciare i mezzi di servizio che transitano sulla stradina.
Indossati gli scarponi ci si incammina sulla carrareccia in salita che si inoltra nel bosco. Il fondo è pietroso ma permette di camminare bene su pendenze inizialmente non troppo accentuate. Per godere al meglio di questa bellissima faggeta consiglio di percorrere questo itinerario nella stagione autunnale, quando le foglie cominciano ad assumere colori ambrati preannunciando l’imminente arrivo dell’inverno.
La carrareccia con ampi zig-zag nel bosco. Un primo tornante a destra è seguito dopo un po’ da un altro a sinistra, in prossimità di quest’ultimo confluisce da destra il sentiero dei 4 vadi. L’ampia carrareccia salendo sui fianchi della montagna forma una grande “M” coricata, ben visibile da valle in inverno quando gli alberi del bosco perdono le loro foglie. Per questo motivo fra gli escursionisti della zona questo tratto è spesso conosciuto come “la emme”.
Al tornante successivo (verso destra) si lascia la traccia del sentiero dei quattro vadi che si inoltra nel bosco per continuare a salire lungo la carrareccia che si fa man mano più ripida fino a uscire dal bosco.
Si supera un intaglio e poco dopo si arriva nei pressi della Fonte del Peschio. Qui la carrareccia termina e comincia un esile sentierino sospeso a mezzacosta sui ripidi prati che incombono sui salti del vallone di Fossaceca.
Sul versante opposto si nota il selvaggio versante orientale del Cimone di Santa Colomba caratterizzato da diverse fasce di roccia a strati. Il sentiero si destreggia fra rigagnoli d’acqua e cascatelle e può risultare spesso ingombro d’acqua. Con un minimo di cautela, prestando attenzione a non scivolare nell’acqua che a volte ricopre il sentiero, si sale fino a raggiungere il terrazzo naturale del Colle di Malanotte, ottimo punto panoramico sulla parte alta della Fosaceca. Giù in fondo si stagliano le rocciose pareti del Monte Infornace e delle Cimette di Santa Colomba. Il luogo è maestosamente selvaggio.
Si risale tutto il vallone finché arrivati sotto alle pareti sommitali il sentiero non comincia a volgere verso sinistra. A questo punto ci si comincia a dirigere verso l’evidente cengia della via delle cimette. Per farlo conviene arrivare appena sotto all’intaglio della Forchetta di Santa Colomba e scendere a sinistra su un ampia pietraia che permette di arrivare all’inizio della cengia che si percorre tutta per via inizialmente molto intuitiva. Arrivati in cima allo sperone che si affaccia verso il vicino vallone del Malepasso conviene scendere un pochino cercando di individuare la via più comoda per guadagnare la cresta sommitale sulla quale si esce obliquando verso sinistra nei pressi del Vado del Piaverano.
Dal vado un comodo sentiero di cresta conduce in breve tempo verso destra alla vicina vetta del Monte Brancastello.
In discesa, tornati al vado, conviene scendere per l’erboso ed ampio vallone del Malepasso. Il sentiero si tiene a lungo sul versante sinistro della valle per poi portarsi a destra poco prima di entrare nel bosco.
Una volta fra gli alberi il tracciato diventa molto evidente ed in breve si raggiunge la chiesetta di Santa Colomba, da dove non rimane che seguire l’evidente sentiero segnato che porta alle Piane del Fiume. Al termine della parte più ripida della discesa, ad un bivio si va a destra su un sentiero che porta sulla strada sterrata che sale alle Piane. Si supera il ponte in cemento che scavalca il torrente Ruzzo e subito dopo si prende a destra un ripido sentiero che sale nel bosco e che in breve tempo permette di arrivare alla strada dell’acquedotto. Una volta raggiunta non resta che scendere lungo quest’ultima verso sinistra fino alla macchina.

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Il Cimone di Santa Colomba è una cima nascosta. Si erge incassata fra i valloni di Fossaceca e del Malepasso, appena sotto alle rocciose cimette di Santa Colomba. Se si osserva da lontano difficilmente si riesce a capire che questo rilievo avente la forma di una grande lucertola è una montagna a sé stante. L’unico posto dove questo piccolo mistero si svela pienamente è osservando la montagna dall’abitato di Isola del Gran Sasso. Non a caso gli isolani sono soliti indicarla con l’appellativo di “Lucertolone”.
Sulle pendici della montagna, a un’ora di cammino dalle Piane del Fiume, sorge una minuscola chiesetta dedicata a Santa Colomba (vedi itinerario di Santa Maria a Pagliata) meta ogni prima domenica di settembre di un pellegrinaggio molto popolare a Pretara e in tutta la valle Siciliana.

Partenza e arrivo: Piano del Fiume (830 m.)
Dislivello: 1.100 m. circa
Tempo di salita: 3 ore e mezza
Tempo di discesa: 2 ore
Difficoltà: EE+

Il Cimone di Santa Colomba ad Isola del Gran Sasso è anche conosciuto con il nome di “Lucertolone”. Osservandolo dalle case del paese appare effettivamente come una grande lucertola coricata fra i ripidi pendii che scendono dai Monti Prena e Brancastello, a cavallo della selvaggia forra di Fossaceca a sinistra e del vallone del Malepasso a destra.
Luogo di partenza di questa gita sono le Piane del Fiume che si raggiungono da Isola del Gran Sasso percorrendo la strada per Pretara. Giunti in quest’ultimo centro abitato in corrispondenza del tornante a destra fra le case del paese si prosegue dritti sulla strada asfaltata che si inoltra nel bosco salendo verso la montagna.
Dopo poche centinaia di metri sulla destra si nota l’eremo dove viveva Frà Nicola. Il posto, conosciuto anche come Grotta di Frattagrande, è caratterizzato dalla presenza di una minuscola chiesetta costruita nella roccia accanto ad una grotta. Essa venne edificata da uno degli ultimi eremiti della zona, Frà Nicola Torretta che visse da queste parti negli ultimi anni del 19° secolo occupandosi della manutenzione di una serie di chiesette di montagna, quali quella di Santa Colomba, Santa Maria a Pagliara, San Nicola a Corno e San Cassiano. Oggi la strada asfaltata che transita a pochi metri dalla chiesa rende difficile immaginare quanto potesse essere isolato questo luogo un tempo, ma se si viene fuori stagione alcune suggestioni posso ancora essere percepite.
Si continua a salire sulla strada asfaltata fino a prendere dopo circa 3 chilometri una deviazione sulla destra con un vecchio cartello su cui è scritto “Piane del Fiume”. La strada diventa subito sterrata e corre a mezza costa lungo la montagna superando un fosso su un ponticello in cemento per poi salire decisamente su fondo sempre più sassoso ma percorribile in automobile prestando un po’ di cautela. Si parcheggia al termine della strada nei pressi di una fonte in una zona di prati al limite del bosco.
Si comincia a camminare salendo lungo il sentiero evidente e ben segnato alle spalle della fonte, guadando all’inizio un torrente quasi sempre asciutto. Si risale il bel bosco fitto che conduce alla graziosa chiesetta di Santa Colomba (1 ora circa). Lungo l’ascesa di questo tratto si incontrano un paio di deviazioni sulla sinistra che permettono in breve tempo di affacciarsi sull’impressionante forra di Fossaceca. In particolare la seconda (quella più a monte) è molto spettacolare percorrendo per alcune decine di metri un camminamento scavato nella roccia, parte della titanica opera del canale di gronda (scrivi capitolo apposito).
Dopo una breve sosta sul bel balcone naturale che sorge appena sopra alla chiesetta si continua seguendo il sentiero principale sale sulla destra del crinale della montagna. In breve tempo si esce dal bosco e ci si trova in un vallone erboso chiuso a destra e sinistra da salti rocciosi. Questo è il bellissimo e selvaggio vallone del Malepasso, luogo in cui d’inverno le valanghe amano correre a briglia sciolta, ne sono testimonianza le profonde ferite che esse scavano nel bosco. Ci si porta al centro dell’erboso vallone, a sinistra si notano le fasce rocciose che sorreggono la vetta del Cimone di Santa Colomba e sulla destra i ripidi pendii del Monte Brancastello.
La salita si fa ora decisamente ripida. Si risalgono i prati fra segni sempre più radi ma senza grossi problemi di orientamento. Dinnanzi a noi prendono forma e si manifestano nel loro splendore man mano che si sale le rocciose Torri di Casanova. Situate alla testata del Vallone esse sono una delle elevazioni della lunga catena orientale del massiccio del Gran Sasso.
Arrivati nei pressi di una grande conca, chiusa dalle Torri di Casanova e dalle rocciose pareti sommitali dei Monti Infornace e Prena, si svolta a sinistra. Un’ultima breve impennata porta in vetta (1,30 ore dalla chiesetta, 2 ore e mezza dalle Piane del Fiume).
Escursionisti più esperti ed allenati possono salire dalla chiesetta direttamente fra gli alberi lungo il ripido filo di cresta del Cimone. I ripidi pendii sommitali, vanno affrontati con un po’ di cautela qualora fossero ghiacciati o bagnati in quanto a destra e sinistra di essi precipitano alte pareti rocciose. Comunque la via da tenere è sempre molto evidente e conduce direttamente in vetta. Questa alternativa può anche essere percorsa sia in salita che in discesa compiendo una sorta di anello.
La disesa dalla vetta alle Piane del Fiume richiede circa un’ora e trenta.

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Itinerario dedicato agli amanti dell’esplorazione, tanto curiosi di scoprire posti nuovi quanto adattabili a percorrere terreni scoscesi privi di sentiero e dalla difficile decifrazione.
La cima di Colle Pelato rappresenta l’ultima elevazione significativa della lunga cresta che comincia sotto al Corno Piccolo nei pressi della Madonnina del Gran Sasso e che si sviluppa verso Nord. La zona sommitale è frequentata a volte dagli escursionisti che sfruttano la strada che dai Prati di Tivo sale alla Piana del Laghetto, invece sul versante che domina la Valle Siciliana si incontra solo qualche rara mucca al pascolo. I pendii su cui si svolge l’itinerario sono, infatti, gli unici a presentare fin dalla parte bassa ampie radure. Da queste ultime si godono scorci magnifici su tutto il versante settentrionale del massiccio.

Partenza e arrivo: Forca di Valle (800 m.).
Dislivello: 800 metri
Tempo di salita: 2,30 ore circa
Tempo di discesa: 1,30 ore circa
Difficoltà: EE Itinerario per esperti dotati di buon senso dell’orientamento. Lunghi tratti privi di segnaletica e di tracce significative.

Arrivati a Forca di Valle conviene parcheggiare comodamente l’automobile nei pressi della chiesa del paese, sullo spiazzo accanto al bar La Luna Nera (comodo punto di ristoro per quando si rientra dalla camminata). Si comincia a camminare in ripida salita fra le case davanti allo sguardo incuriosito degli abitanti.
Una bella fontana-abbeveratoio permette di fare rifornimento di acqua prima di uscire dal centro abitato. Qui si va a sinistra per prendere un viottolo che ben presto si trasforma in una ripida carrareccia ingombra di pietre. Si seguono le indicazioni per Pietracamela riportate dai cartelli di legno dell’ente parco. La faticosa carrareccia costeggia per un breve tratto un boschetto di querce per poi approdare ad una zona di campi terrazzati.
Questa zona fino a pochi decenni fa era dedicata alla produzione del grano, ne è testimonianza la rete di masserie che da Forca si dipanava fino ad Azzinano e Montorio al Vomano, oggi purtroppo in larga parte ridotte a dei cumuli di macerie. L’agricoltura intensiva che predilige luoghi più semplici per poter essere praticata ha relegato questi vecchi campi nel dimenticatoio. Sopravvivono solo come zona di pascolo per qualche piccolo gregge di pecore o per il taglio del fieno di qualche vecchio appassionato.
Salendo non si può fare a meno di notare ad un certo punto sulla sinistra della carreggiata un’enorme pietra sotto alla quale sgorga copiosa dell’acqua. E’ la fonte del Peschio, una delle tanti fonti di questa zona. Il carsismo che contraddistingue gli altipiani ed i pascoli sommitali del Gran Sasso, così avari di acqua di superficie, fa sì che l’acqua custodita nelle viscere della montagna fuoriesca nelle zone pedemontane che sono invece ricche di fonti.
Poco dopo la fonte si raggiunge l’intaglio erboso della cresta di Pianalunga. La zona conosciuta localmente anche come “lu Ncuume” è un fantastico belvedere verso il vicino paretone del Corno Grande.
A questo punto si abbandona il tracciato del sentiero che a semicerchio si dirige verso i pendii del Montagnone per salire con decisione a destra lungo una traccia che sale a zig zag in mezzo a ripidi prati. Il tracciato qui è abbastanza evidente, si seguono le tracce lasciate dai pochi dai trattori che salgono fino a quassù. Attorno ai 1.400 metri di quota la traccia compie una decisa curva a destra e poco dopo si inoltra nella fitta faggeta sottostante alla vetta di Colle Pelato.
Si continua a seguire la traccia all’interno del bosco fino a dove termina, ovvero dopo poche centinaia di metri. A questo punto per arrivare in cima si hanno due opzioni:
1) la più avventurosa consiste nel puntare direttamente verso la vetta. Ci si dirige verso Ovest superando alcune piccole radure dopo le quali il terreno si fa molto ripido. L’ultimo tratto è quasi verticale e occorre praticamente arrampicare sui prati. Aggrappandosi ai ciuffi di erba si raggiunge la cima.
2) La seconda opzione è meno avventurosa ma richiede un certo senso dell’orientamento all’interno del bosco privo di tracce. Dove la traccia termina si prosegue mantenendosi a mezzacosta in leggera salita nel bosco. Ci si dirige inizialmente grosso modo verso nord seguendo le tracce create dal passaggio degli animali fino ad aggirare lo sperone più settentrionale della cima di Colle Pelato. Cambiato versante la salita si fa meno ripida e si riesce a guadagnare più facilmente la sommità.
Dalla brutta croce in legno che da un anno a questa parte contraddistingue la vetta si può riscendere a valle percorrendo per un breve tratto il sentiero di cresta che si dirige verso Sud in direzione del Montagnone. Il sentiero scende per un primo tratto per poi risalire verso una zona recintata con del filo spinato. Il punto per riscendere verso la Valle Siciliana è l’unico in cui la cresta non incombe su salti di roccia (due cartelli di divieto di caccia inchiodati sullo stesso albero sono l’unico elemento visibile che ho riscontrato).
Si scende seguendo il ripido pendio erboso sottostante che scende verso l’evidente zona di Pianalunga. In breve ci si ricongiunge alla carrareccia percorsa all’andata e si rientra in paese.

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