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Trail dei Parchi

Pronti a partire da Rocca di Mezzo

Dopo anni di pedalate più o meno lunghe, più o meno ripide, più o meno selvagge ma che si esaurivano quasi sempre in giornata è stato quasi naturale cominciare a spingere i nostri orizzonti verso giri di più giorni.
Così è stato a inizio settembre con il Francigena Trail (ne parleremo in separata sede) e anche il 2, 3 e 4 ottobre scorsi quando abbiamo percorso il Trail dei Parchi che quest’anno ha visto la sua seconda edizione. Potevamo scegliere fra tre percorsi, un corto da 135 km per 3.600 di dislivello, un medio da 185 km per 4.400 metri di dislivello e un lungo da 230 km per 5.400 metri di dislivello. Noi abbiamo pensato di provare il lungo dividendolo in tre giorni. Uso il termine provare perché su distanze così, e soprattutto su un territorio così pieno di salite e discese molto sconnesse su sterrati ingombri ovunque di pietre, si sa come si parte ma non si sa assolutamente come e quando si arriva.

Salendo ai Piani di Pezza

Il tragitto prometteva comunque di essere davvero interessante. L’Abruzzo, infatti, è l’unica regione italiana ad avere sul suo territorio ben tre parchi nazionali (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Parco Nazionale della Maiella e Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga) oltre a numerosi altri parchi regionali fra i quali il Parco Naturale Regionale Sirente Velino dal quale siamo partiti e dove abbiamo terminato i nostri tre giorni di pedalata.

Fa freschetto

Ma andiamo con ordine. La mattina del 2 ottobre, di buon ora come si conviene a dei trailer seri (o pseudo tali, non incensiamoci troppo), siamo partiti da Rocca di Mezzo per affrontare subito una prima salitella su asfalto che ci ha depositato nel solitario e ameno altipiano dei Piani di Pezza a 1.500 metri di quota. Il freschetto che sentivamo alla partenza in paese lascia il posto a un freddo pungente e deciso. Sull’altipiano la temperatura è vicina allo zero e siamo lieti di esserci coperti abbondantemente senza spogliarci in salita in modo da poter ammirare lo scenario che ci circonda senza patire troppo.

Vista sull’altipiano di Pezza

Attraversato l’altipiano una veloce discesa su una pietrosa sterrata ci conduce nei pressi di Ovindoli. Le pietre saranno d’ora in poi una costante che ci accompagnerà su tutti i tratti non asfaltati del percorso. Le sterrate abruzzesi, infatti, svolgendosi prevalentemente in quota sono molto diverse dagli sterrati toscani o umbri dove una breccia più fina e meno accentuata rende i percorsi adatti anche alle bici Gravel. Qui da noi, invece, il pietrisco è più accentuato e occorrono copertoni più generosi per pedalare con un minimo di comodità, non a caso gli organizzatori hanno comunicato che la Mountain Bike è la bici più indicata per queste percorrenze.

Lasciato l’abitato di Ovindoli sulla nostra destra imbocchiamo la sterrata che risale la sinistra orografica della Val d’Arano e che con pendenze mai troppo accentuate permette di raggiungere la zona dei Prati Santa Maria, un’ampia zona di pascolo situata a ridosso della vetta del Monte Sirente. La vista quassù è notevole, questa d’altronde sarà la costante di tutto il Trail, la fatica di ogni salita verrà ripagata dall’apertura su scenari meravigliosi. Dopo una doverosa sosta contemplativa iniziamo la lunga e pietrosa discesa sulle case di Aielli e successivamente arriviamo a Collarmele dove celebriamo con una sosta caffè al bar del paese il superamento della nostra prima asperità.

La lunga discesa sulla conca del Fucino

Dopo Collarmele una serie di stradine sterrate fra campi aperti ci permettono di attraversare la parte settentrionale dell’immensa conca del Fucino. Costeggiamo un grosso parco eolico in una zona decisamente brulla fra ampi declivi destinati al pascolo e pochi sparuti alberi. La natura del luogo ci fa comprendere quanto il vento sia una costante della zona, per nostra fortuna oggi il tempo è abbastanza clemente sia per quanto concerne l’apporto eolico che quello solare, il cielo coperto e la temperatura mite agevolano la pedalata e in breve tempo arriviamo ad attraversare lo sperduto paesino di Carrito di Ortona.

Olmo di Bobbi

Qui comincia la seconda lunga salita di giornata. L’inizio è su un sentiero a mezzacosta sulle pendici della dorsale che separa la Marsica dalla Valle Peligna. Dopo un po’ ci ritroviamo su una comoda strada asfaltata che ci permette di guadagnare velocemente il valico di Olmo di Bobbi. ll tempo di coprirci per affrontare la discesa e comincia a pioviccicare. Una pioggerella fina ci accompagnerà per tutta la delicata e tecnica discesa su pietroni che ci porta a Cocullo dove immaginavamo di poter fare una lauta sosta pranzo. Il paese invece è letteralmente deserto, non c’è anima viva per strada, non c’è in giro nemmeno qualcuno a cui chiedere una indicazione per un bar, così decidiamo di proseguire, scelta che si rivelerà azzeccatissima visto che nel successivo paesino di Casale troviamo un alimentari aperto dove una gentile signora ci prepara ben due panini a testa a base di prosciutto e cacio locale.

In piazza a Sulmona

Nel frattempo ha anche smesso di piovere e così possiamo proseguire più agevolmente la discesa che ci porta prima ad Anversa degli Abruzzi e poi più ripidamente fino al fondo delle gole del Sagittario. Il tratto lungo il fiume è entusiasmante fra sterrate e qualche tratto di asfalto in un contesto naturalistico unico. Nei pressi dell’abitato di Bugnara usciamo dal lungo fiume e con un breve e veloce tratto di asfalto su strada secondaria entriamo a Sulmona. La cittadina meriterebbe una visita a sé, tante sono le bellezze che custodisce, noi ci siamo limitati a una sosta in gelateria davanti alla piazza principale con i resti dell’antico acquedotto medioevale costruito dagli Svevi alla fine del 1.200.

Le acque termali di Popoli

Usciamo da Sulmona percorrendo un breve tratto di asfalto per riprendere però presto a pedalare lungo il Sagittario. Una serie di sterrati in piano lungo il fiume ci conducono a Popoli dove inizia l’ultima salita di questa prima giornata. Inizialmente risaliamo la montagna sulla strada asfaltata che percorre le c.d. “svolte di Popoli” famose anche per una gara automobilistica che si svolge qui ogni anno. Dopo qualche chilometro lasciamo i tornanti asfaltati per prendere a destra una evidente sterrata che dopo una breve salita e una delicata discesa ci deposita nell’abitato di Bussi sul Tirino.

A Bussi pernottiamo comodamente all’ostello situato in mezzo al paese sulle sponde del fiume Tirino. Una bella doccia, un’ottima cena in uno dei ristoranti della zona e si va a nanna.

Partenza da Bussi
In salita sopra alla Valle del Tirino

Il secondo giorno del nostro viaggio nei parchi abruzzesi ci propone dopo qualche chilometro in pianura sulle sponde dell’oasi naturalistica del fiume Tirino una lunghissima salita. In 17 chilometri passiamo dai 300 metri di quota del fondovalle agli oltre 1.400 nei pressi di Castel del Monte. La salita è per gran parte su comodo asfalto con pendenze mai eccessive e ben pedalabili. Superato il paese di Villa Santa Lucia degli Abruzzi dopo un po’ si imbocca a destra una sterrata ben battuta che però non percorriamo nella sua interezza. In corrispondenza di un tornante a destra si prende un sentierino inizialmente poco evidente ma ben segnalato. La salita qui si fa ripida e mettere il piede a terra è pressoché inevitabile. Spingiamo a mano le nostre bici sbuffando e sudando copiosamente ma una volta in cima la vista sul Monte Bolza ci ripaga di tanta fatica.

Salendo verso Castel del Monte

Non resta che scendere a Castel del Monte, dove nonostante non sia ancora arrivata l’ora di pranzo decidiamo di rifocillarci per reintegrare la faticaccia appena conclusa. Un bel panino ed una bibita seduti all’ombra in piazza ce li siamo proprio meritati. Il paese è pieno di gente che fa lo struscio con i vestiti della domenica mentre noi ce ne stiamo comodamente seduti al tavolino del bar sudati e impolverati. Qualcuno passando ci guarda un po’ strano mentre ridiamo e scherziamo commentando le fatiche fatte e quelle che ci aspettano. D’altronde la vita del cicloviaggiatore è un po’ questa, siamo persone animate da una continua curiosità verso ciò che il territorio ci sta per proporre, per farlo occorre positività e grande spirito di adattamento consapevoli che è più facile cambiare la nostra attitudine che spianare una salita.

A Castel del Monte anche le nostre bici riposano un po’ all’ombra

Dopo la pausa rigenerante usciamo dal paese con una velocissima discesa su asfalto in direzione Rocca Calascio. La Rocca in realtà ci osservava fin dall’inizio della giornata mentre pedalavamo sul fondo della valle del Tirino. Il colle sul quale è situata domina strategicamente tutta la zona. Dopo una piccola digressione su sterrato fra i pascoli affrontiamo il tratto terminale della salita che si fa man mano sempre più ripida culminando nei pressi della chiesa di Santa Maria della Pietà. Il luogo che raggiungiamo è davvero unico, non a caso è stato scelto come set per il famoso film Lady Hawke. Un piccolo tratto da fare a piedi porta nei pressi del castello dove la vista spazia da L’Aquila alle vicine vette del Gran Sasso. Appena sotto di noi la chiesa dove siamo arrivati con le bici dietro alla quale si staglia l’imponente mole del Corno Grande. E’ inevitabile un’ennesima lunga sosta per nutrire i nostri occhi di tanta impagabile bellezza.

La Rocca di Calascio

Scendiamo da Rocca Calascio su una carrareccia che si inoltra in una delle tante vallette fra i pascoli dell’altipiano di Campo Imperatore per dirigerci verso Santo Stefano di Sessanio, abitato che lambiamo transitando nei pressi del laghetto ai piedi del paese. Proseguiamo su una serie di saliscendi su carrarecce fino a scendere a Barisciano dove decidiamo di trascorrere la nostra seconda notte di viaggio.

Vista da Rocca Calascio su Santa Maria della Pietà, sullo sfondo la mole del Corno Grande

Dormiamo Da Sciurì Casa Vacanze Barisciano dove con prezzo modico abbiamo a disposizione un intero appartamento nella parte più antica del paese. Non solo, Francesco il gestore, si rivela davvero un ospite gentile e disponibilissimo. Ci ha persino accompagnato in macchina al vicino paese di Poggio Picenze dove abbiamo cenato! Chi si reca in zona non può mancare di fare sosta qui.

Dopo Barisciano nell’ampia valle dell’Aterno

Siamo così arrivati all’ultimo giorno del nostro trail. Risaliamo in sella e per la seconda mattina di fila rimpiangiamo di non esserci portati dietro fra le tante cose un tubetto di Pasta di Fissan per alleviare il bruciore al cosiddetto sottosella. Questo della Pasta di Fissan è in realtà un argomento che ha iniziato a circolare nelle nostre chiacchierate già da ieri, ma ieri era domenica e le farmacie erano chiuse (ma poi quali farmacie potevamo trovare in mezzo al Gran Sasso?) e oggi è lunedì mattina presto e l’unica farmacia di Barisciano è ovviamente ancora chiusa. Le nostre chiappe dovranno aspettare. Lasciamo il paese per scendere sull’ampia valle dell’Aterno. Una serie di sterrati fra i campi ci conducono alle rovine romane di Peltuinum, antica città edificata dai Vestini nel primo secolo a.c.. Il luogo è isolato e aperto sui campi circostanti e nel silenzio ammiriamo le tante belle montagne che ci circondano. Dopo la sosta con foto di rito ci dirigiamo sul paese di Tussio dal quale intraprendiamo una bella salita inizialmente su asfalto e poi su ripido sterrato nel bosco che ci porta al castello di Bominaco. Inutile dirvi che anche qui il luogo e la vista sono fantastici, mi rendo conto di averlo detto già tante volte ma d’altronde la costante di questo Trail sono le salite, le pietre quando si lascia l’asfalto e i luoghi spettacolari che si attraversano.

Arrivo a Peltuinum

Dal castello di Bominaco scendiamo un po’ su asfalto secondario per risalire brevemente fra i boschi della zona. Un’ultima veloce discesa ci conduce al paese di Fontecchio. Qui un negozio di alimentari si rivela una preziosa risorsa di cui approfittiamo per farci fare un bello sfilatino riempito di abbondante prosciutto e cacio locale. Mettiamo il tutto in tasca e proseguiamo in discesa fino al fondo della valle dell’Aterno.

Il Castello di Bominaco

Attraversato il fiume, comincia la salita della giornata. In realtà dovrei usare le maiuscole e chiamarla LA SALITA o meglio la salita delle salite. Inizialmente le pendenze sono assolutamente accettabili e ben pedalabili, ma nei pressi di Goriano Valli si svolta a destra e la musica cambia completamente. Il fondo per fortuna rimane su bitume agevolando abbastanza la salita ma le pendenze sono proibitive al punto da farci mettere il piede a terra diverse volte. Un eloquente cartello recita quello che le nostre gambe già hanno modo di apprezzare. Siamo al terzo giorno di viaggio e le energie cominciano a scarseggiare, oltretutto non vediamo l’ora di arrivare in cima per gustarci l’agognato panino che ci portiamo dietro da Fontecchio.

Il tratto più duro per fortuna dura relativamente poco (circa un chilometro), poi la strada si lascia pedalare con una certa agevolezza. Siamo in una zona immersa nella macchia fra querce e lecci, non c’è anima viva e si ha davvero la sensazione di allontanarsi sempre più dalla “civiltà”. La salita si conclude infine sopra alla zona delle Pagliare di Tione con una vista mozzafiato sul vicino versante settentrionale del Monte Sirente. Il silenzio e la pace di questo luogo sono lo scenario migliore per addentare finalmente il nostro mega panino. Mangiamo in silenzio e nel frattempo cerchiamo di assorbire la magia di questo posto.

Digerito il panino, scendiamo sulle Pagliare di Tione dove a ridosso di questo paese fantasma ci aspetta Roberto, l’organizzatore del trail. In questi giorni lo abbiamo incrociato spesso negli angoli più suggestivi del percorso con la sua apparecchiatura fotografica mentre fotografava il nostro passaggio. In questo luogo sperduto ci offre una bibita fresca e del caffè che ci appaiono le cose più buone del mondo.

Il versante settentrionale del Monte Sirente

Dalle Pagliare e fino al paese di Terranera il percorso è quasi pianeggiante, alcuni strappetti però si fanno sentire sulle gambe dopo tre giorni di pedalate. Ma la fatica piano piano lascia il posto a una crescente soddisfazione man mano che ci avviciniamo al traguardo. Sul breve tratto di ciclabile che conduce a Rocca di Mezzo l’entusiasmo prende il sopravvento su ogni altra sensazione. Dimentichiamo la fatica, le salite e tutti gli sforzi fatti. Ci rimangono negli occhi solo i tanti scorci meravigliosi che abbiamo ammirato. Una bella bottiglia magnum di prosecco che abbiamo predisposto prima di partire ci aspetta per festeggiare degnamente il nostro arrivo.

Arrivati

Oltre ai miei compagni di viaggio, Roberto, Paolo e Ruggero, ringrazio Roberto Zoffoli, Alfonso Voto, Marco Scarabello e Matteo Russo per il grande impegno e la cura che hanno messo nel creare questo itinerario, unico, duro, entusiasmante e soprattutto bellissimo da ogni punto di vista. Aggiungo che questo evento ha contribuito alla raccolta fondi per Parent Project l’associazione che riunisce pazienti e genitori di figli afflitti dalla distrofia muscolare di Duchenne e Becker.
Ci vediamo l’anno prossimo! Seguite gli aggiornamenti sul sito Trail dei Parchi

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Nove anni dopo

L’anno scorso, più o meno di questi tempi, decisi di rimettere le mani sulla roccia dopo cinque anni di totale fermo arrampichereccio.

Una pausa così lunga mi poneva nelle condizioni di un neonato che deve imparare a mettersi in piedi. Le prime uscite nella falesietta vicino casa al Sasso di Pretara mi lasciavano esterrefatto per la totale mancanza di forza nelle braccia. Gli strapiombetti sia pur appigliatissimi del Sasso erano talmente oltre le mie possibilità da ridurmi ad uno straccio dopo appena due o tre passaggi. Bastava una mezzoretta di allenamento per rimandarmi a casa con gli avambracci irrimediabilmente acciaiati. Ma la passione, quella lentamente tornava e con essa anche la voglia di farmi diversi chilometri per andare ad arrampicare durante il fine settimana.

In autunno ho arrampicato spesso con un amico pontino nelle falesie che lui stasso ha attrezzato con grande altruismo e passione attorno a Norma e Bassiano. Roccia superba quella pontina, piena di placche di calcare compattissimo che ti obbliga a far fronte alla tecnica più che alla forza. Piano piano sono tornato ad arrampicare da primo fino al 6a che era e rimane il massimo delle mie capacità.

A questo punto saliva anche l’ambizione, la voglia di mettere alla prova anche la psiche su una via lunga e d’ambiente in montagna. Premetto che io provengo dalla montagna, sono sempre stato innanzitutto un escursionista-montanaro, uno che ha sempre concepito l’arrampicata, le uscite in piccozza e ramponi e lo scialpinismo mai come attività fini a se stesse ma come mezzi di progressione per andare “lassù”. Sul concetto di “lassù” potremmo aprire un capitolo a parte, disquisire se la montagna è una vetta, un pendio, o una parete di roccia alta pochi metri è un tema complesso e ricco di sfaccettature, sta di fatto che ognuno di noi pseudo-alpinisti ci vede qualcosa di diverso e molto molto personale.

Al di là di tutto per me la montagna è anche un luogo dove mettermi alla prova e vincere le mie paure. Ergo, dopo quasi un anno di sessioni più o meno discontinue di arrampicata in falesia ho sentito che era arrivato il momento di rimettermi alla prova in una via di montagna. Erano nove anni che non lo facevo, ma per farlo sul serio non potevo andare con qualcuno che fosse più forte e in gamba di me, psicologicamente sarei stato troppo scarico sapendo che bastava seguire la corda di chi mi precedeva. Volevo essere io il capocordata, sentire su di me il peso dell’ascensione e delle scelte da compiere. Daniele in questo è stato il mio compagno ideale, un amico che ha iniziato ad arrampicare meno di un anno fa insieme a me, talmente conquistato dall’arrampicata che in men che non si dica me lo sono ritrovato iscritto ad un corso di roccia. Per lui questa è la prima via in montagna.

La scelta del sottoscritto ricade sullo spigolo SSE del Corno Grande. Un itinerario abbastanza facile ma non banale e soprattutto immerso in un abiente maestoso e selvaggio. La via salita è stata entusiasmante e sebbene si inframezzino lunghi tratti facili di II° e III° grado a tratti di IV° (con un passaggio di V°) la cosa più bella è cercare di seguire l’intuito degli apritori in un dedalo di fessure, terrazzini e torrioni.

La salita è stata entusiasmante, man mano che salivamo verso la vetta più alta degli appennini inerpicandoci a cavallo di immense placche che precipitavano a destra e sinistra ci sentivamo sempre più in sintonia con noi stessi e con la montagna che ci accoglieva. L’arrivo in vetta nel primo pomeriggio, con la montagna tutta per noi, immersi in una solitudine quasi irreale rotta solo dallo stridere dei gracchi, rimarrà a lungo fra i miei ricordi più cari. Grazie Daniele per averla condivisa assieme.

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Spirito giusto

© sovraintendenzaroma.it

Non so se è merito dell’ultimo post o del fatto che le temperature sono decisamente scese negli ultimi giorni rendendo gli allenamenti molto più gradevoli, ma sta di fatto che le ultime sedute sono venute decisamente meglio. Mi sono allacciato le scarpe con uno spirito più rilassato, meno focalizzato su tempi e tabelle, e così fare il compito previsto è venuto molto più naturale.

Oggi, per esempio, in condizioni quasi ideali ho corso attorno alle mura aureliane per una mezz’oretta a poco più di 5′ al km per poi lanciarmi in 2 duemila ad una media di 4’45” al km. Tempi leggermente sopra l’obiettivo ma alla fine ero contento come se avessi fatto un personale. La soddisfazione viene soprattutto per la qualità complessiva di un allenamento fatto con perfetta regolarità dall’inizio alla fine e senza arrivare in fondo trascinando le gambe come era avvenuto pochi giorni fa.

Intanto gli impegni si accavallano e ho saputo che nella prima metà di dicembre probabilmente dovrò sostenere gli esami di ingresso per entrare ufficialmente a far parte del soccorso alpino. A questo punto probabilmente dovrò rinunciare a correre una maratona in quel periodo. Vedremo, io comunque mi alleno.

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© rilàxàti.it

Il mio amico e coach Marco Bucci lo ha detto commentando un post qualche tempo fa, riferendosi al caldo ha detto …si cerca di far quel che si puo’, in attesa di tempi migliori… Oggi sotto un caldo umido degno di Giakarta mi sono ricordato delle sue parole. Il programma prevedeva 5×2.000, la settimana scorsa provai a farne 3 ma dopo il secondo stavo talmente al gancio da non riuscire a far quasi più nulla, così oggi ho cercato di fare qualcosa di diverso (Marco perdonami ma è stato istinto di sopravvivenza): 5 X 500 seguiti da un tremila variato (1′ forte + 1′ a ritmo non proprio lento ma diciamo di recupero). Al di là delle apparenze è stato un allenamento tosto, diciamo che ho fatto davvero quello che potevo.

Per noi podisti fare quel che si può in questo periodo significa comunque impegnarsi e dedicare tempo ed energie ad allenarci, non è certo un periodo di riposo questo estivo. Si diminuiscono un po’ i ritmi abituali e a volte anche il numero delle ripetute, non certo l’intensità degli allenamenti e nemmeno la loro tipologia. Lo dico perchè per molti altri fare quel che si può potrebbe sembrare un sinonimo di scarso impegno, atteggiamento mentale scarico, deresponsabilizzazione verso il proprio ruolo. Esempi?

Che sò, essere un parlamentare dell’opposizione e non andare a votare quando in Parlamento si discutono leggi che incidono sulla libertà di espressione della collettività. Questa m’è uscita così, era giusto per fare un esempio…

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Lou Reed

Oggi mentre ero impegnato in una abbondante decina di 400 sotto agli alberi del controviale del biscotto di Caracalla mi sono passati accanto due podisti con le cuffiette. Li ho osservati un attimo e poi ho pensato che non potrei mai correre così, non che non mi piace la musica, anzi è sempre stata un elemento ben presente nella mia vita, ma quando corro ho bisogno di ascoltare me stesso senza interferenze, così come quando ascolto musica mi piace concentrarmi solo su quella.

Ho cominciato ad avere una coscienza musicale attorno ai 15-16 anni. Un caro amico al mio paesello in Abruzzo aveva uno scantinato pieno di dischi, una decina di metri quadri  zeppi di vinile di ogni ben di Dio di musica. Quasi esclusivamente roba Rock, ma la discografia del genere era pressochè completa.

Fu una folgorazione. Passavamo pomeriggi e nottate intere ad ascoltare Frank Zappa, i Doors, Pink Floyd e David Bowie. Non mancavano le divagazioni metallifere AC/DC, Iron Maiden, Ted Nugent, i primi approcci verso il Punk Rock inglese coi Clash, e così via. Sicuramente ometto di citare qualche artista o gruppo, ma sentivamo davvero tutti e di tutto, erano esperienze davvero incredibili, entravamo mettevamo su il primo disco e cominciava un autentico viaggio sonoro con una scaletta in continua e mutante evoluzione. Probabilmente dopo la montagna, è stato il momento formativo più forte della mia giovinezza e sarò eternamente grato ad Enrico, il mio amico con la cantina magica, per questo.

L’artista cardine? Beh per noi Lou Reed era davvero sopra ogni cosa. Parliamo di primi anni ’80 e chi scriveva canzoni come Heroin o Walk on the Wild Side era inevitabilmente un riferimento anche per movimenti e generazioni future. Un artista al quale si sono ispirati in tantissimi ma pochi hanno avuto la sensibilità e l’onestà intellettuale di ammetterlo fino in fondo.

L’album perfetto? Quello a cui non rinunceresti mai per nulla al mondo? A distanza di 36 anni (l’album è del 1974) per me rimane Rock N Roll Animal, un disco registrato completamente dal vivo. Rock n roll, con l’assolo di chitarra al quale si uniscono man mano anche gli altri strumenti in un crescendo irrefrenabile è la sua summa finale.

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Due pesi e due misure

Le Terme di Caracalla © Officine Fotografiche

Mentre alcuni media, prendendo spunto da alcune presunte affermazioni della soprintendenza alle belle arti, si indignano per l’uso “improprio” del Circo Massimo che in questi giorni sta ospitando varie manifestazioni di beach soccer è notizia dell’altro giorno che la stessa soprintendenza ha dato il nulla-osta all’allestimento dell’ennesima festa dell’Unità in piena zona archeologica sul Viale delle Terme di Caracalla.

In questo caso le critiche sono completamente assenti, anzi leggendo questo articolo sembra che vi sia quasi un po’ di sollievo nel sapere che qualche ristoratore, a dir poco improvvisato, potrà arricchirsi sfruttando il nome del giornale del PD. Gli unici a prendersela in quel posto saranno come al solito i cittadini privati della possibilità di parcheggiare nella zona e noi podisti che certi posti li amiamo al punto da andarci a correre tutti i giorni. Ma si sa, podisti e cittadini sono accomunati da un triste destino, quello di non contare granchè.

Nel frattempo è arrivato il caldo, quello vero, in grado di portare la colonnina di mercurio ben oltre i 30 gradi con tanto di afa a livelli record. Il ritmo di corsa in allenamento inevitabilmente ne risente, soprattutto sui lavori un pochino più lunghi. Cerco di tenere duro ma fare ripetute che superino i mille metri con quest’afa mi riesce davvero difficile.

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Atleti italiani cercasi

La settimana scorsa è scivolata via abbastanza velocemente, fra una ricerca col soccorso nella tormentata campagna attorno a Tivoli (i campi da quelle parti sono pieni di piccole forre di tufo) e una fastidiosa influenza gastrica che mi ha tenuto a casa per qualche giorno. Nonostante tutto ho corso e mi sono attenuto alla tabella del coach senza sgarrare troppo.

Sabato esercitazione al Circeo sulla più alta parete arrampicabile nel Lazio (oltre 250 metri) e domenica dedicata al prelievo da Ikea del nuovo letto per la mia piccoletta che ormai ha dieci anni suonati e il prossimo fine settimana se ne andrà con la sua squadra di nuoto per ben tre giorni a Chianciano Terme a gareggiare e divertirsi per la prima volta senza i suoi genitori. Quest’ultimo evento, oltre a farmi riflettere sul tempo che avanza inesorabile, mi ha fatto pensare sulle profonde diversità manageriali che evidentemente esistono fra nuoto ed atletica in Italia, due sport che sembrano quasi appartenere a due paesi diversi. Le strutture natatorie italiane non saranno il massimo ma rispetto ai campi di atletica sembra di entrare in un ambiente di lusso. Un mesetto fa mi recai alla piscina di Pomezia e rimasi sbalordito di quant’è bella e ben congegnata questa struttura realizzata coi soldi dei mondiali organizzati l’anno scorso. Stessa cosa mi capitò di pensare quando in occasione della maratona di Roma passai davanti alla nuova struttura dell’Aniene a due passi dalla moschea araba. Ora so bene quali scandali si celano dietro a questi appalti e che il marcio in Italia è ormai spalmato ovunque, ma almeno abbiamo delle strutture all’avanguardia in grado di produrre dei tecnici competenti e conseguentemente anche dei nuotatori di livello internazionale.

L’atletica leggera, invece, sembra un ambiente anestetizzato che da trent’anni (forse anche più) non riesce più a confrontarsi col mondo esterno. Alle gare l’età media dei partecipanti è inesorabilmente sopra i 35-40 anni, i giovani  non fanno nemmeno più i giochi della gioventù e anche quei pochi che ne avessero voglia si ritrovano a fare i conti con strutture per allenarsi sono a dir poco fatiscenti.

A tal proposito, l’ennesima beffa per noi appassionati di Roma Sud c’è stata stamattina: gli spogliatoi di Caracalla rimarranno chiusi per due mesi, ovvero tutto giugno, tutto luglio e ad agosto, come tutti gli anni, chiuderà per ferie l’intera struttura.  In poche parole rimarremo per tre mesi senza un posto dove farci la doccia. Con queste premesse c’è da meravigliasi se l’Italia non partorisce più degli atleti di livello?

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© compignano.it

Considerato che mi sentivo un po’ giù di forze, la settimana appena trascorsa doveva essere teoricamente dedicata a un po’ di scarico e riposo. In realtà riposo c’è stato solo martedì (per scelta) e mercoledì (giornata di ricerca col soccorso alpino). Dopodichè, trascorsi due giorni consecutivi senza correre, mi sentivo talmente rigenerato da concatenare in due giornate consecutive i lavori previsti per la settimana. Stà cosa piacerà sicuramente molto poco al mio coach, ma io avevo voglia di essere un po’ anarchico e per una volta ho seguito l’istinto invece della tabella.

Così, giovedì ho corso 6 volte ottocento metri con recupero di 400. Allenamento effettuato al biscotto di Caracalla che con poco più di 1.200 metri di giro sembra essere stato disegnato quasi alla bisogna. I tempi sono venuti perfetti come me li aveva assegnati il coach, anzi, in realtà anche qualche secondino meno.

Il giorno dopo, venerdì, accompagnato da una pioggia battente, mi sono lanciato in una sessione che mi è piaciuta tantissimo. Dopo una mezzoretta di riscaldamento mi sono lanciato in un mille a 4’40” dopo il quale ho corso per due volte 3 minuti a ritmo lento e 1 a ritmo veloce, seguiti da analoga sessione con la parte lenta ridotta a due minuti ed un’ultima sessione dove le due fasi lente duravano solo un minuto. A questo punto, dopo 3 minuti di recupero, cominciava un’ultima fase in cui percorrevo 2 chilometri ad un ritmo medio di 4’50” ma con andatura in lieve e costante crescita. Allenamento bellissimo che mi ha lasciato sensazioni molto positive nonostante la pioggia (o forse è stata proprio la giornata di pioggia senza pollini in giro a darmi quel “quid” in più?).

Venerdì mitica cena di cui si è abbondantemente parlato e sabato allenamento rigenerante (soprattutto per lo spirito) sulle sterrate collinari dell’Umbria. Posti dove si potrebbe correre a perdifiato per giorni interi, fra macchia mediterranea, qualche rado casolare e leprotti e fagiani starnazzanti che ti attraversano il sentiero.

Ieri? Ho riposato…

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Una domenica diversa

Vista dalla cima dei Monti Lucretili © MFM – marcobummi

Ieri col gruppo del soccorso alpino ero di servizio a Vicovaro alla ecomaratonina dei Lucretili. Gara dura, in particolare una lunga salita portava i concorrenti dall’abitato di Roccagiovine ad una radura in quota dove stazionavo con altri membri della squadra di soccorso.

E’ stata una sensazione particolare quella di ritrovarsi “fuori dalla bolgia” a osservare chi sbuffava correndo. Tanti i saluti “in corsa” ricambiati nonostante fossero tutti stravolti e stanchi per il gran caldo umido.

Gli errori commessi dagli organizzatori, sono stati già giustamente sottolineati da Franco sul suo blog, dopo 10 anni di anzianità evidentemente sono stati sottovalutati alcuni problemi logistici, cose che non dovrebbero succedere ma tutti possono sbagliare. Conosco bene il circuito parks trail per avere fatto parte della struttura organizzativa centrale e so che da questi errori si sapranno sicuramente trarre i dovuti insegnamenti per il futuro.

Come soccorritori siamo stati fortunatamente abbastanza inoperosi, a parte ripescare due concorrenti che si erano persi per non aver visto un evidente cartello segnaletico, c’è stato poco da fare. Sono stati sicuramente più impegnati i mei colleghi di turno in serata, un’intervento per fortuna risolto per il meglio.

Nel frattempo il dente sembra aver messo giudizio e questa notte sono riuscito finalmente a dormire normalmente, imperversa invece l’allergia ai pollini con un fastidioso senso di affanno che mi accompagna non appena cerco di alzare un pochino il ritmo di corsa. Credo che questa settimana me la prenderò per scaricare un po’ in attesa che la situazione ambientale migliori un po’, d’altronde è dall’autunno scorso che non mi prendo una piccola pausa.

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L’era del giudizio

Questa prima settimana in compagnia della tabella Bucci non è stata propriamente fortunata. Prima un virus allo stomaco che mi ha tenuto completamente fermo lunedì e mi ha debilitato negli allenamenti dei giorni successivi.

Mentre lo stomaco mollava lentamente la presa è subentrato il dente del giudizio. Erano anni che stava quieto lì in fondo a destra. Anni fa aveva cominciato a uscire ma ad un certo punto s’era fermato, mezzo dentro e mezzo fuori. Adesso pare che si sia risvegliato e abbia ripreso nuovo vigore. Al momento mi sembra che stia venendo su dritto senza rompere troppo agli altri fratelli, ma il dolore alla gengiva si fa sentire, soprattutto la notte dopo un tot di ore che sto sdraiato comincia a far male tanto da svegliarmi. A quel punto comincia una specie di gioco delle parti: “Mi alzo? Ma no sono le 3, chette alzi? Ok allora mò mi metto un po’ seduto con la schiena appoggiata al cuscino. Dai che così va meglio, quasi quasi mi riaddormento…” Ma dopo un po’ di dormiveglia semiseduto comincia l’inevitabile subconscia tendenza a sdraiarmi, morale dopo mezz’ora mi risveglio sdraiato e col maledetto dente che manifesta la sua presenza. Stamattina alle cinque ero talmente stufo che m’ero quasi deciso di alzarmi per andare a correre, e non è detto che nei prossimi giorni…

Vabbè sono cose che succedono. Speriamo che finisca presto e soprattutto non sia costretto ad andare dal dentista.

Riepilogando la settimana:

Lunedì: riposo forzato (avevo in programma 50′ di corsa a 5’30”)

Martedì: 50′ minuti in leggera progressione chiusi a 5′ al km

Mercoledì: il programma prevedeva 6X1.200 a 4’50” al km, ne ho fatti “solo” 5, il sesto semplicemente non ci stava

Giovedì: una trenina di minuti di corsa leggera seguiti da esercizi di potenziamento muscolare (addominali, piegamenti, sospensioni, accosciate, ecc…)

Venerdì (oggi): impegni familiari permettendo spero di riuscire a  farmi 50′ minuti su terreno collinare attorno a casa

Domani dovrei riposare ma visto che domenica sono di servizio col CNSAS alla maratona trail di Vicovaro credo che anticiperò il programmino previsto per il giorno di festa: 1h e mezza di corsa. Verosimilmente lo farò sulle colline di casa, sotto all’amato Gran Sasso.

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