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In questi giorni è uscito il secondo libro scritto da mio padre.

Come dice giustamente lui “sarebbe meglio che non fosse il figlio a pubblicare esaltazioni del padre”, quindi mi limiterò a citare la recensione de Il Fatto Quotidiano firmata da Oliviero Beha (giornalista che non ha bisogno di presentazioni) e a linkare la presentazione di Daniele Repetto (giornalista genovese di Roma, come ama definirsi lui), buona lettura.

Bouldering? Fino a qualche tempo fa lo consideravo un surrogato dell’arrampicata, un succedaneo buono per placare la sete di gestualità arrampicatoria ma non certo in grado di soddisfare le emozioni che solo una vera parete sa dare. Però nelle ultime settimane le frequenti sedute a Ciampino, i traversi sulla leucite nefritica (così si chiama la roccia della cava prospiciente l’Appia Antica) avevano aperto uno spiraglio fra le mie poche certezze. Provare gesti difficili a pochi centimetri da terra può essere bello ed appagante non dico quanto eseguirli a centinaia di metri di altezza, ma certo non è una cosa priva di un certo fascino.

Provare è il termine giusto, perchè io una sessione di bouldering vera e propia con i materassi a terra ed i paratori alle spalle non l’avevo mai fatta, però l’altro giorno me ne stavo dalle parti di Viterbo… avevo esaurito le cose da fare… erano le 14… il tempo era splendido… e così mi son detto: “andiamo a dare un’occhiata a stì famosi blocchi di Soriano”.

Beh che dire? I blocchi sono davvero stupendi, come è magnifica la faggeta che li tiene al fresco ed in ombra a mille metri di quota nei pressi della vetta del Monte Cimino. E poi a un solitario come me stà cosa che puoi decidere di punto in bianco di andartene da solo ad arrampicare piace tanto.

Pochi minuti a piedi dal parcheggio e mi trovo davanti ai primi massi. Colossi di lava pietrificata si stagliano in mezzo ai faggi. Per la maggior parte sono coperti di muschio. Si vede che qui d’inverno fa freddo e l’umidità è quasi una costante, ma alcuni di essi presentano un lato completamente ripulito, è un guanto di sfida irresistibile. La tipologia della roccia è decisamente particolare, la paragonerei forse con Ripa Maiala, anche se qui una patina di pulviscolo la fa apparire un po’ scivolosa. In realtà fatti i primi passi ti rendi conto che la porosità è tale da offrire un’ottima aderenza, soprattutto oggi che l’aria è bella secca. Sono nel regno degli svasi, mani e piedi vanno usati con precisione e delicatezza, qualche raro bucone si concentra soprattutto in cima ai massi, ancore di salvezza da abbrancare per chiudere sequenze ben più difficili.

I movimenti? Sono i famosi passi di blocco, o passi boulder appunto. Singoli movimenti difficili (spesso difficilissimi) a volte posti in sequenza, difficilmente hai momenti di vero e proprio riposo. Il gioco consiste nell’aguzzare l’ingegno per scoprire come riuscire ad adattare al meglio il baricentro del proprio corpo al problema che la roccia ti pone avanti. Ecco, se dovessi spiegarlo in poche parole lo descriverei così: il bouldering è la risoluzione di un rebus.

Tornerò a provarci.

Per mesi ho fatto finta che non mi mancassero i duri allenamenti a Caracalla all’ora di pranzo, l’atmosfera scanzonata del gruppo di “quelli delle tredici”, i mitici “carbonari”, le difficili ma allenantissime ripetute attorno al biscotto e le dure salite a Viale Giotto.  Non che abbia smesso di correre, anzi, ma farlo senza un obiettivo podistico non è certo la stessa cosa. Così come aggiornare questo blog. Aveva senso quando potevo condividere sensazioni con gli altri blogtrotters, i miei commentatori più affezionati, ma ora che senso avrebbe?
Domenica sarà molto difficile continuare a “far finta”. La Maratona è LA GARA, e sapere che per strada sarete in tanti a recitare la parte dei protagonisti mi farà sentire ancora di più questa lontananza.
A tutti quelli che domenica mattina entreranno nelle gabbie sotto al Colosseo, gladiatori per un giorno, auguro di arrivare al traguardo felici.
La Maratona è sempre la Maratona, un sogno lungo 42 chilometri e 200 metri.

Il nostro è un paese fondato sul volontariato.

Non mi riferisco ai tanti servizi cui fanno fronte le diverse associazioni di volontariato operanti nel paese, ma alla vita quotidiana di tutti i giorni, in particolare al mondo del lavoro e della produzione in genere.

Tutti noi che lavoriamo, paghiamo le tasse, siamo onesti e abbiamo una coscienza civica siamo irrimediabilmente dei volontari. La nostra attività, il nostro lavoro, praticamente tutto quello che facciamo è il combustibile non tanto per le nostre famiglie ma soprattutto per i tanti parassiti che campano alle nostre spalle. Persone che godono di un tenore di vita molto più elevato del nostro, avulsi da resto del paese, delle cui problematiche sociali non conoscono praticamente nulla.

Quanto guadagnano i vostri capi? Quanto producono in più rispetto a voi per legittimare la differenza col vostro stipendio? E soprattutto cosa hanno fatto per meritarsi la loro posizione?

Fino a pochi anni fa esisteva una classe sociale “media” in grado di coprire in parte certe ingiustizie e in cui molti di noi (a torto o a ragione) era in grado di riconoscersi. Adesso con la crisi il conflitto sociale è diventato più crudo, direi sicuramente becero. Da una parte ci sono le bande, gruppi di persone che in assenza di capacità produttive specifiche campano grazie alla perenne minaccia del ricatto reciproco, in nome di denaro e potere (più il primo che il secondo). Bande perchè le alleanze e le guerre sono aleatorie come (e forse anche più) i patti esistenti fra organizzazioni criminali.

Gli altri sono i volontari, appunto. Continuiamo a produrre, pagare le tasse, essere onesti pur sapendo che più della metà del nostro lavoro servirà a mantenere questo schifo. Lo facciamo perchè siamo convinti che smettere non sarebbe giusto nei confronti di chi come noi crede in un paese diverso e migliore.

Questo però non significa che non siamo incazzati. Neri.

Ieri sera ho seguito l’ennesima puntata di Vieni via con me. Non sapevo di cosa avrebbe parlato Saviano, non avevo letto le anticipazioni sui giornali, insomma me lo stavo pregustando come avevo fatto tutti i lunedì sera finora.

Quando ha iniziato a nominare i ragazzi della casa dello studente mi ha pervaso un enorme senso di angoscia. Mi sono ritrovato così, improvvisamente e sensa alcun filtro temporale ricatapultato indietro alla mattina di quel 6 aprile di un anno e mezzo fa. Quando è stata nominata la casa dello studente dei gesuiti (che a differenza di quella nuova è rimasta in piedi) mi è tornato in mente quel pomeriggio quando con il mio amico Nino andammo proprio lì dentro a riprendere la roba che suo figlio aveva abbandonato scappando.

Per me la trasmissione è finita lì, col primo monologo di Saviano, uno che L’Aquila aveva dimostrato di conoscerla bene già prima del terremoto, la storia del cemento all’ospedale del capoluogo abruzzese è perfettamente descritta in Gomorra.

L’abbandono prematuro del piccolo schermo mi ha evitato di apprendere subito la notizia della morte di un altro personaggio che su L’Aquila e il terremoto aveva espresso parole decise e forti, Mario Monicelli. Artista straordinario, era un amico di mio padre che nei suoi primi anni a Roma aveva lavorato moltissimo col mondo del cinema. Roma negli anni cinquanta e sessanta era una città straordinaria dove tutto era possibile e dove tutti si conoscevano. Il mondo dei “cinematografari” si ritrovava abitualmente in un ristorante del centro e papà scrisse qualche tempo fa su Repubblica un divertente aneddoto non tanto su Monicelli ma sull’atmosfera e lo stile con cui si viveva a quei tempi. Oggi lo ha riproposto sul suo blog, lo trovate qui.

copyright - Pupia.tv

Gli studenti sono da anni la mia unica vera speranza per il futuro di questo paese. Lo dicevo anni fa e lo ribadisco adesso, alla luce degli ultimi movimenti spontanei che nascono un po’ ovunque. Parliamo nella maggior parte di ragazzi giovani, liceali, teenagers che invece di cazzeggiare davanti ai giochetti elettronici o bighellonare nei centri commerciali hanno già sviluppato una coscienza civica e politica.

La maggior parte di quelli che oggi hanno tentato di entrare in Senato potevano tranquillamente essere miei figli. Così come tutti quelli che si vedono nelle tante gallerie fotografiche che stanno facendo il giro della rete.

Mi commuovono. Questi ragazzi dimostrano nella maniera più palese possibile un principio che ho ben chiaro in testa da quando ho sviluppato una coscienza: dare un buon esempio è la cosa più semplice ed allo stesso tempo più dirompente che un cittadino onesto possa fare.

Non siamo soli.

Andare in montagna, arrampicare, camminare, sciare, ecc.  non è solo entrare in contatto con la natura, ma è soprattutto conoscere sè stessi e imparare a gestire la propria emotività. Quando cominciai ad arrampicare, circa 20 anni fa, soffrivo di vertigini. Stare su un semplicissimo sentiero del Gran Sasso, in mezzo ad un normale pendio aperto, mi provocava angoscia, disagio, a volta mi succedeva di essere letteralmente terrorizzato. Iniziai ad arrampicare convinto che l’abitudine ad essere legato in cordata su una parete di roccia verticale mi avrebbe aiutato a superare questo terrore. In realtà col tempo ho capito che la paura rimane, che tutti gli alpinisti ed arrampicatori hanno paura del vuoto, solo che si impara a gestirla.

Per farlo bene e fino in fondo occorre però innanzitutto imparare a scoprire i propri limiti psicologici. Mettersi a nudo davanti ad uno specchio e dirsi francamente certe cose, solo dopo aver fatto questo passaggio si può sperare di evolvere prima come uomo e solo dopo come alpinista.

Michel Lecré mi sembra che questa cosa l’abbia capita fin troppo bene. Il modo con cui parla in questo video delle sue lunghe traversate in solitaria di diversi massicci montuosi è decisamente toccante. Io l’ho sentito molto vicino.

La liva ‘ndoss

La liva 'ndoss pronta per essere pappata

Fra le oltre duecento piante di oliva che curo,  ve ne sono alcune che invece di produrre olive vocate alla produzione di olio sono destinate al consumo a tavola. Si tratta di un cultivar particolare, l’intosso, tipico delle colline abruzzesi che si affacciano verso il mare adriatico.

Le olive prodotte da queste piante sono un po’ più grandi rispetto agli altri cultivar che ho sul campo, ovvero il leccino di montagna e il pendolino. Qualche settimana prima che vadano in maturazione per poter essere spremute come olive da olio, le olive più belle degli alberi di intosso vengono raccolte e seguono un processo di deamarizzazione. Avete mai provato ad assaggiare un’oliva cruda? Ha un saporaccio terribile, a dir poco amarissimo, per questo motivo occorre procedere ad un trattamento a base di lavaggi in acqua e soda che le renda commestibili. Una volta, quando la soda non esisteva, veniva usata la cenere del camino.

Terminato il processo di deamarizzazione le olive vengono sistemate in appositi vasetti di vetro e ricoperti di salamoia con l’aggiunta di qualche gambetto di finocchio selvatico.

Ci sono produttori locali che le vendono anche per corrispondenza, ma vi avverto, sono una droga, creano dipendenza e quando si comincia a mangiarle non si riesce a smettere.

Avvicinamento inesistente, si fa sicura direttamente sul marciapiede...

Civitella del Tronto è una delle più imponenti fortezze presenti sul territorio italiano, edificata una prima volta nel 1300 venne smantellata e riedificata nel 1500 per adeguarla all’evoluzione bellica e resistere anche ad assedi a base di cannonate (le mura vennero incrementate nella loro sezione ed inclinate proprio per questo scopo). La storia della fortezza è lunghissima e come tale termina solo nel 1861, dopo un lungo assedio Sabaudo, quando Civitella cade a Parlamento italiano già insediato.

Ma non mi dilungherò troppo a parlare della fortezza, andate a vederla, oggi è completamente restaurata e vale assolutamente una visita non solo per la sua bellezza architettonica ma anche per i paesaggi che la circondano. Da una parte le colline teramane che scendono verso il vicino mare Adriatico, dall’altro la vista sui Monti Gemelli e le vicine Gole del Salinello, altra luogo dalla bellezza decisamente suggestiva.

Se siete degli sportivi e amate arrampicare, Civitella ha una piccola ma piacevole palestra di roccia situata proprio nei pressi dei suoi bastioni, direttamente sulla strada a due passi dalle case del paese. La falesia è stata intitolata a Gianmario Camillini, alpinista e arrampicatore teramano scomparso durante un’esercitazione in elicottero. La roccia è particolare e non ricordo analoghe esperienze nel centro Italia, un travertino bello compatto solcato da frequenti fessure. Esige una buona tecnica di piedi. La palestra va al sole nella tarda mattinata, è ideale nelle belle giornate d’inverno ma va evitata quando tira vento forte soprattutto da sud-ovest.

Guide cartacee della zona di fatto non esistono più, considerato che “Arrampicare in Abruzzo” di Sergio di Renzo è ormai introvabile (non terrebbe comunque conto delle recenti chiodature), notizie sulla falesia ed un elenco delle vie lo trovate qui.


Alla fine anche qui da noi hanno messo i famigerati tornelli. Non starò qui a dilungarmi su quanto sia effettivamente produttivo costringere il lavoratore all’interno di un reticolato, forse per alcuni lavativi è l’unica soluzione ma per chi come il sottoscritto ha sempre dato la propria disponibilità a svolgere le proprie mansioni anche fuori orario e persino da casa atteggiamenti così rigidi non sono proprio il massimo. Comunque, al di là di certe chiacchiere, questa novità mi cambia un po’ la vita.

Sarò costretto mio malgrado a rinunciare alla ormai consueta pausa pranzo a Caracalla. In un’ora esatta non ce la farei ad arrivare lì, allenarmi e rientrare in ufficio. Farò di necessità virtù e me ne andrò a correre nell’altrettanto bella oasi del parco della Caffarella, ci andavo prima di frequentare Caracalla e ci tornerò adesso. Spiace un po’ perchè a Caracalla ero ormai uno di casa e avevo diversi amici che adesso non rivedrò più.

Quanto alla corsa in sè, dopo la pausa dovuta alla raccolta delle olive, ho deciso di prenderla decisamente più con leggerezza. Niente allenamenti su distanze misurate, molta corsa a sensazione, poco cronometro, insomma per farla breve tanto fartlek e corsa lenta. Obiettivi immediati non ne ho, mi sono iscritto alla Roma – Ostia più per sfruttare la finestra col prezzo basso che con effettivi propositi di prestazione. Con l’anno nuovo vedremo di imbastire una qualche tabella di avvicinamento, fino ad allora si va avanti col metodo kat-zen.

Sfrutto l’occasione per presentarvi un piccolo restyling che ho fatto al blog. Considerato che scriverò sempre più spesso anche di montagna, arrampicata, scialpinismo, ecc. ho deciso di congelare il sito sulla Valle Siciliana, per riversare qui dentro tutto ciò che riguarda le mie passioni. La nuova barra del menu tematica agevola la navigazione.

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